Federico Da Verona: dalla provincia veronese a Covilhà
Federico Da Verona, 39 anni, ha vissuto la gran parte della sua vita nell’ovest veronese ma negli ultimi quattro anni ha intrapreso un nuovo percorso di vita e artistico, passando attraverso lo yoga ed un’esperienza intensa in una comunità di monaci tibetani. Un percorso che lo ha fatto arrivare fino in India, dove è stato per circa quattro mesi. E che lo ha portato a scrivere testi come “Non sei stanco di ripetere le stesse cose ogni anno, ogni mese, ogni giorno, ogni secondo?”.
Federico – un passato da bassista nei Carnera Fm, nei 16LoversLane e da violinista nei Domus De Janas – manda inequivocabili segnali all’interno del suo primo Album A volte il primo è migliore del secondo. Dieci sono i brani presenti nel disco, registrato nella città portoghese di Covilhà, dove qualità compositiva e vocalità evocativa s’intrecciano ad atmosfere retrò: non vuole essere incasellato in un unico genere.
La chitarra, rigorosamente acustica, dà una sensazione di ampio respiro, mentre Federico canta: «Erano poche le cose importanti per noi due: Morrissey, David Lynch, Tom Waits e Brian Eno», ricordando un passato recente ed eroi che ancora hanno un’influenza su di lui nel brano “Da qualche parte”. Su tutti il cantante degli Smiths, cui lo stesso Federico assomiglia molto nei momenti più gravi.
Tanti i pezzi reggati, tanta l’onestà che passa attraverso le trame strumentali, in cui convivono arpeggi folk e ritmate parti strumentali. La spiritualità è latente in tutto il lavoro, specie nel mantra “Wahe guru wahe jio”, che traina il disco con 3500 ascolti su Spotify, volutamente registrato in presa diretta. Non c’è traccia di indie. Non esiste, perché Federico non ha nessun legame con il mondo dell’attuale musica italiana.
Proprio perché il punto di forza di questo lavoro è la libertà. I testi sono diretti, tanto da poter risultare, ad un orecchio disattento, semplicistici. Perché le cose profonde, spesso, hanno bisogno di parole semplici. Come nell’ammissione «ho sempre fatto del male, anche se ero in buona fede». Un disco introspettivo ma comunicativo. Un apparente controsenso che la musica può rendere significativo.
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