“C’è un luogo. Un luogo che non c’è”: a San Bonifacio un film per celebrare l’8 marzo
Redazione
C’è un luogo. Un luogo che non c’è. Tre storie al femminile per celebrare l’8 marzo, a San Bonifacio. L’evento, organizzato da Mescolanze al Cinema Teatro Centrale di San Bonifacio, prevede la proiezione dell’opera cinematografica che fonde elementi di riflessione esistenziale e voli di fantasia, si preannuncia come un’esperienza sensoriale e intellettuale in grado di trasportare lo spettatore in un universo unico.
Un film che si propone di esplorare la potenza dell’immaginazione, attraverso una narrazione poetica e visiva che sfida i limiti del consueto. Racconta di luoghi che pongono domande e incontri che offrono risposte, in un percorso che invita lo spettatore a riflettere sull’importanza del silenzio, dell’inoperosità e della natura come chiavi per accedere all’inimmaginabile. Un viaggio interiore, scandito dal ritmo della natura, dal silenzio e dall’inoperosità, che diventano le vere forze motrici del film.
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L’immaginazione diventa il veicolo principale attraverso cui l’ignoto prende forma e diventa accessibile. Il regista costruisce un mondo in cui la razionalità e l’ordine lasciano spazio all’inaspettato, all’inconsueto. Come gli incontri delle tre donne protagoniste del film e dei loro sogni che prendono forma con il semplice sguardo di una giovane donna, silenziosa e affascinante.
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Di quest’opera, ne ha parlato Anna Ferrari, co-sceneggiatrice del film e interprete principale.
Anna, come è nata l’idea di quest’opera?
A volte le cose, gli avvenimenti, sembrano accadere per caso. Ma io credo che il caso non sia mai casuale. E’ li che ti aspetta, a modo suo. Lo puoi trovare lungo una strada, in un giorno senza sole o nell’incontro con una persona, come è avvenuto nel nostro caso, quando ho conosciuto Marco, sulle colline veronesi, nella tenuta di Giò, un nostro comune e caro amico. Nel film, il mio habitat è rappresentato da un bosco con al centro un’antica e meravigliosa fonte d’acqua. Credo sia stato li, nello scoprire e vivere assieme quel luogo che l’idea del progetto ha preso forma. L’acqua che scorre, come scorre la vita. Ci si specchia dentro e sembra che l’immagine sia sempre la stessa, ma l’acqua scorre in continuazione, non è mai uguale. Potremmo dire che è stato quel luogo ad obbligarci a scrivere il film.

Una metafora, quindi, anche quel luogo?
Direi di si. Il cinema vive prevalentemente di immagini. Quello è il nostro luogo simbolo.
Nel film il tuo luogo d’origine è nei pressi di una fonte d’acqua. È stato quell’ambiente, quel bosco che ha ispirato e suggerito il titolo “C’è un luogo. Un luogo che non c’è”?
Certamente ha espresso al meglio e in forma suggestiva l’habitat della protagonista, tuttavia quel “C’è un luogo” deve essere inteso soprattutto come uno spazio mentale, creativo e immaginativo che vive in ogni dove, dentro ognuno di noi. La natura ci ha consegnato questi doni che talvolta, per pigrizia? si limitano ad essere “Un luogo che non c’è”. Un luogo di cui rinunciamo a viverci. Se vogliamo, il nostro lavoro vorrebbe far riflettere sull’insopportabile conformismo, un manistream imperante, che schiaccia tutti noi in un eterno presente. Superficiale e limitato, dove purtroppo si delega ad altri la realizzazione dei nostri sogni.
Una denuncia la vostra?
Lo definirei piuttosto un invito affinché ognuno intraprenda un suo viaggio interiore, scandito dal ritmo della natura, dal silenzio e dall’inoperosità. Sono loro le vere forze motrici del film. L’immaginazione non è semplicemente un mezzo di fuga dalla realtà, ma piuttosto una lente attraverso la quale osservare e trasformare il mondo stesso. Il quotidiano diventa fantastico, e la bellezza – descritta come una “presenza seduttiva” – si siede al fianco dello spettatore mentre attraversa la vita.
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Figura generatrice dove la tua vita, cito dal film, «è sempre gravida di attese»…
Lei è forte e fragile, inclusiva e materna. Osserva la vita, quella degli altri. Abita nell’enorme, non nelle norme. Se qualcuno pone dei limiti, lei suggerisce soluzioni. Ama camminare a piedi nudi sulla vita e ogni giorno stende sogni sotto i piedi di ognuno di noi e suggerisce soluzioni quando i limiti sembrano insormontabili.
Al centro del film c’è un concetto semplice e al tempo stesso profondamente evocativo: l’immaginazione. Come ti sei trovata a indossare i suoi panni?
Questa è stata la mia prima esperienza recitativa. Sorrido quando parlo di recitazione in quanto per tutto il film non profferisco parola che abbiamo delegato alla suadente voce di Antonella Zanchi. Il teatro si alimenta di parole, il cinema, come già detto di immagini. A loro il compito di sedurre e raccontare. Io nei panni dell’immaginazione? Confortevoli e naturali. Come naturali sono state le riprese. Pur avendo una sceneggiatura di base da seguire, non ci sentivamo vincolati ad essa. Se una data giornata o un particolare luogo ci ispirava, ne approfittavamo. Le cose migliori che sono uscite non erano programmate. Tutto scorreva naturalmente e con grande divertimento da parte nostra, e alla fine, qualcosa accadeva. Sempre.
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La tua viene presentata come un’entità avvolgente, protetta da un “silenzioso e produttivo oziare”.
È in questo spazio sospeso che il film invita lo spettatore a perdersi, esplorando luoghi e situazioni che non esistono, ma che si materializzano attraverso il pensiero e la fantasia. L’opera si muove su due binari paralleli: da una parte c’è la narrazione di un viaggio, un’avventura coraggiosa che spinge le protagoniste delle tre storie a esplorare l’ignoto; dall’altra parte, c’è l’introspezione, il tentativo di familiarizzare con quei luoghi interiori che spesso sfuggono alla razionalità.

Le “Storie per immaginazione” del sottotitolo hanno per protagoniste tre donne. Che rapporto hai con loro?
Donne inespresse ma con la voglia, il desiderio di lasciarsi andare. Di farsi guidare. E’ così che ognuna di loro, raggiunto quel luogo, oltrepassata una certa soglia, realizza il proprio sogno. La mia presenza, non chiaramente percepita da loro, suggerisce, provoca dei cambiamenti. Incoraggia e rafforza qualcosa che comunque esiste già. Io sono un semplice deux-ex machina. Divertente che la sola presenza maschile, rigida e ligia al proprio compito, metafora evidente del tempo che scorre e che imprigiona, dopo il nostro incontro, cede alle seduzioni dello stupore; si spoglia delle convenzioni e abbraccia il ritmo del gioco e della natura. Come in un film (sorride, NdR)
Un ultimo pensiero da rivolgere alle donne per questo 8 marzo 2025.
Più che un pensiero, un invito a vedere C’è un luogo. Un luogo che non c’è, anche per incontrare o riscoprire la vostra immaginazione. E alla fine del film sarebbe bello che ognuna potesse dire a se stessa: chiudo gli occhi e ricomincio. Li chiudo per poter immaginare e generare nuova bellezza. Nuova vita.
E per gli uomini?
Assodato che l’immaginazione è una capacità più sviluppata tra le femmine e che il mondo maschile è principalmente caratterizzato dall’azione, prendo a prestito una frase tratta dal film Stalker, di Andrej Tarkovskij dove si dice che «La debolezza è potenza, e la forza è niente. Così come l’albero: mentre cresce è tenero e flessibile, e quando è duro e secco, muore. Rigidità e forza sono compagne della morte, debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell’esistenza».
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