Verona, ora to-ca-tì

Al via la 17esima edizione del Tocatì, attese in città 250mila persone. Paolo Avigo, presidente di Aga: «il gioco come strumento per valorizzare gli spazi urbani»

Al via la 17esima edizione del Festival internazionale dei Giochi in Strada. Da oggi a domenica attese in città decine di migliaia di persone accomunate da un minimo comune denominatore: la passione (e la curiosità) nei confronti del gioco. Ne abbiamo parlato con Paolo Avigo, presidente della Associazione Giochi Antichi

In principio fu lo s-cianco e i suoi giocatori, riuniti prima di tutto da un desiderio mescolato all’esigenza («volevamo giocare noi»). «Siamo partiti da una dimensione “del gioco vivo”» spiega Paolo Avigo. Lo scenario dove tutto è iniziato è il rione storico Carega. Lì, tra quelle vie così veronesi, nel 2002, si è pensato di costituire AGA, una realtà che portasse avanti una battaglia pratica quanto intima: il recupero del gioco.

Le cose hanno preso fattezze inaspettate negli anni, il direttivo di nove componenti ora quasi non tiene più il conto delle decine e decine di associati. Le bussole che guidano l’incedere sono la ricerca, la salvaguardia e la valorizzazione dei giochi e degli sport tradizionali. Una piccola rivoluzione, prima a livello italiano ora, dopo l’adesione di AGA all’associazione europea AEJST, di spessore internazionale.

Paolo Avigo, presidente dell’Associazione Giochi Antichi

Ma forse ancora più innovativo è l’approccio che ha permesso l’ideazione del Festival, 17 anni fa. «Avevamo appena recuperato lo s-cianco, e ci siamo messi a pensare in grande. Più che sul gioco in sé, sentivamo l’esigenza di spostare il baricentro sul giocatore, sul suo rapporto con l’atto ludico» continua Avigo. Da lì il passo è stato breve, oltrepassati i confini della famiglia della Lippa (di cui è discendente diretto lo s-cianco), lo sguardo è andato «a tutti gli altri giochi. Ci è venuta la voglia di conoscere le altre comunità e il loro modo di giocare».

Nella primavera del 2003 la svolta concreta: nasce il primo momento d’incontro tra giocatori di realtà italiane, il primo abbozzo del Tocatì che sarà. Fuori «dall’autoreferenzialità che spesso connota i confini di una tradizione, gioco compreso», il sogno era riflettere in maniera ampia, «costruire un pensiero sul tema del giocare e sulla sua ricezione nei vari territori». Una rivoluzione che andava compiuta a cielo aperto. «Desideravamo andare oltre al racconto di allora, quello di una città alla fine abbastanza omologata che si esauriva nel mito di Giulietta e Romeo in Piazza Bra e nella “vasca” di via Mazzini».

Il sottotitolo della manifestazione, quel “Festival Internazionale dei Giochi in Strada” spiega il resto. La logica partecipativa con un nucleo di volontari che tocca oggi quota 410. L’attenzione ai luoghi, «la promozione dei giochi tradizionali come strumento per valorizzare gli spazi pubblici». Si è cominciato giocando in strada, chiudendo una via, recintando con la bellezza piazzetta Santa Maria in Chiavica e poi da lì «l’occupazione ludica» è arrivata a Sant’Anastasia e non si è più fermata. «Mi ricordo i residenti che ci fotografavano dai balconi».

Il futuro
Oggi, come sogno più vicino, c’è la candidatura Unesco, per iscrivere il Tocatì nel Registro delle Buone Pratiche. L’auspicio più grande? «Che il gioco, questo aspetto, apparentemente leggero della vita delle persone, riesca ad aprire tavoli di confronto anche con le istituzioni, per pensare insieme piccole politiche di progettazione degli spazi urbani». Un’ambizione troppo grande? Anche nel nome «To ca tì» c’è un assaggio della tenacia che serve. La sfida riuscita di utilizzare un termine dialettale per qualificare una manifestazione dalla vocazione internazionale. «È la chiamata al gioco». Un appello serio per allestire quei luoghi ludici, «sia fisici che mentali», di cui c’è così bisogno oggi.

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