Al Parco Natura Viva il X Convegno Nazionale della ricerca nei Parchi

Il convegno ha affrontato diverse tematiche riguardanti, in particolare, i gelada, le malattie comuni ad animali selvatici e uomini e l'etologia.

Dominick gelada parco natura viva

Si è aperto venerdì pomeriggio e proseguirà fino a domani, lunedì 7 ottobre, il X Convegno Nazionale della Ricerca nei Parchi riunito al Parco Natura Viva di Bussolengo a cui partecipano oltre 200 studiosi provenienti da 10 università italiane e da tre atenei stranieri, 12 parchi zoologici italiani e nove istituzioni internazionali accreditate.

Tra le molte tematiche affrontate, quella delle malattie e delle specie a rischio di estinzione e l’etologia. In particolare, nel corso della prima giornata di lavori, si è parlato di malattie comuni ad animali selvatici e uomini con un caso studio in corso di analisi che viene dall’Etiopia e da un gruppo di ricercatori italiani. Lì le aree rurali si stanno espandendo fino a toccare gli habitat naturali e alterarne gli equilibri: il bestiame domestico occupa i pascoli e le coltivazioni agricole si spingono sempre più in avanti, portando con sé il bagaglio di parassiti e patologie tipici degli ambienti umani che i selvatici non sono attrezzati ad affrontare.

Questo avviene sull’altopiano etiope di Kundi dove vive una colonia di 256 gelada – per le popolazioni locale “le scimmie dal cuore sanguinante” – scacciata a sassate ogni mattina dal pastore che ha necessità di utilizzare quel territorio per le proprie pecore, le proprie capre e i propri cavalli. Non un’intuizione, ma una scena filmata dal gruppo di ricerca composto dal Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell’Università di Torino e dall’Università di Pisa con il Museo di Storia Naturale, guidato da Elisabetta Palagi e Ivan Norscia, tutti partner del Parco Natura Viva.

«Ci trovavamo lì per tutt’altro – precisa Ivan Norscia – L’obiettivo era un censimento e uno studio di carattere etologico ma sin da subito, ci siamo accorti di gonfiori e tumefazioni che colpivano il 15% degli esemplari della colonia e che ci hanno indotto ad approfondirne le condizioni di salute». Raccolti molti campioni biologici, il materiale è stato inviato al team dell’Università di Napoli che – guidato dalla prof.ssa Laura Rinaldi – impiega il Flotec, la tecnica più precisa di indagine parassitologica attualmente in vigore in Europa.

«Siamo ancora in fase di indagine – spiega Michele Capasso, dottorando di ricerca all’ateneo partenopeo e membro del consiglio direttivo della Società Italiana Veterinari per gli Animali Esotici – ma pensiamo che si possa trattare di infezioni dovute alla presenza di giardia intestinalis». Molto più che un caso, considerando che in Etiopia è in corso un focolaio di questi parassiti nella popolazione umana locale. Non solo: dai primi dati è emerso questa infezione incide nei gelada per il 20% quando si tratta di gruppi che vivono nei pressi di zone agricole e per il 5-6% quando gli individui abitano invece zone di solo pascolo.

«Quello che sappiamo al momento termina qui – conclude Caterina Spiezio, responsabile del settore ricerca e conservazione del Parco Natura Viva – ma i prossimi approfondimenti saranno fondamentali per chiarire i rischi che l’invasione dell’uomo provoca sulla propria salute e su quella degli animali selvatici. Anche se purtroppo, stiamo iniziando a farci un’idea».

A parlare di etologia, sempre nella specie dei gelada, è stato invece il team di ricercatori dell’Università di Pisa. Secondo i risultati emersi dai numerosi studi svolti dai ricercatori guidati dall’etologa Elisabetta Palagi, lasciarsi contagiare da una risata allungherebbe i momenti che riserviamo al gioco mentre guardarsi reciprocamente negli occhi durante l’atto sessuale prolungherebbe la durata del rapporto. E non solo negli uomini ma anche negli altri animali.

L’università di Pisa è partner d’eccellenza e condivide con il parco zoologico del Lago di Garda anche un importante progetto di conservazione in Etiopia per la salvaguardia dei gelada. E proprio questi ultimi, insieme a macachi, bonobo e perfino a specie che l’evoluzione ha tenuto molto lontane dall’uomo come i suricati, sono stati oggetto dell’indagine dei ricercatori con lo scopo di comprendere quale ruolo abbia la mimica facciale nelle dinamiche comportamentali di un gruppo animale. Tra i criteri per individuare le specie adatte che queste fossero altamente sociali, proprio come noi.

«Abbiamo osservato ad esempio – spiega Palagi – che nel macaco di Tonkean, un primate che vive solo nell’isola di Sulawesi, grazie ad una particolare espressione del viso è possibile sedare senza troppo sforzo un litigio in corso mentre la vittima della contesa viene “consolata” subito dopo da alcuni individui, in un atteggiamento che denota una spiccata capacità di dimostrare empatia. Questo produce un effetto benefico sulla vita della colonia, lasciando agli esemplari la possibilità di mettere a punto strategie utili per mantenere il benessere del gruppo».

Nel gioco poi, è stata riscontrata una vera e propria “risata” che, se accolta e replicata dai propri compagni, migliora la qualità della loro “amicizia” e prolunga le sessioni di gioco rispetto al tempo impiegato da una specie in cui la mimica facciale non viene mai sfruttata. E che dire delle abitudini sessuali dei bonobo, che per eccellenza utilizzano quest’attività per sciogliere conflitti e tensioni? «Abbiamo analizzato che anche qui l’accoglimento dell’espressione facciale dell’altro incrementerebbe i tempi del contatto sessuale, osservando addirittura che se un terzo vuole distogliere l’attenzione di uno dei due intento nell’atto, gli sarà sufficiente distrarlo attirando su di sé lo sguardo. Sembrerebbe quasi che più che competere per il sesso, si competa per lo sguardo di attenzione».

Guarda l’intervista alla prof.ssa Elisabetta Palagi: