Salute mentale e diritti umani, a San Zeno il punto informativo di CCDU

Redazione

| 06/01/2026
Al Mercato dell’Antiquariato oltre 600 cittadini coinvolti dal Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani. Una testimonianza interna e le recenti pronunce della Cassazione riaccendono il dibattito sul TSO.

Riflettori accesi sulla salute mentale e sul rispetto dei diritti fondamentali durante l’ultimo Mercato dell’Antiquariato di San Zeno, a Verona. I volontari del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani (CCDU) hanno allestito un punto informativo che ha coinvolto oltre 600 cittadini, portando all’attenzione pubblica le criticità legate ai trattamenti psichiatrici e ai potenziali abusi nei contesti di ricovero.

La testimonianza: «Pazienti isolati dai familiari»

A rafforzare la denuncia del Comitato è stata la testimonianza di un’infermiera professionale che, dopo una breve esperienza in un reparto di psichiatria, ha scelto di chiedere il trasferimento per motivi etici. Secondo quanto riferito, sarebbero diffuse prassi volte a limitare o impedire i contatti tra pazienti e familiari, anche in regime di Trattamento sanitario obbligatorio (TSO), nonostante la normativa garantisca il diritto alla comunicazione con l’esterno.

«Non è salute, ma controllo», hanno ribadito i volontari del CCDU, denunciando il rischio di una regressione verso un modello pre-basagliano, in cui il disagio psichico viene gestito attraverso la coercizione anziché mediante ascolto, relazione e consenso informato.

Il quadro giuridico: la Cassazione sul “caso Tellenio”

Il dibattito si inserisce in un contesto giuridico in evoluzione. Di recente la Corte di Cassazione è intervenuta sul cosiddetto “caso Tellenio”, invalidando una procedura di TSO e richiamando con forza il principio secondo cui la privazione della libertà personale non può fondarsi su visioni paternalistiche o su automatismi burocratici. Al centro, hanno ricordato gli Ermellini, deve rimanere sempre la dignità della persona.

Una posizione che si allinea alle indicazioni di ONU e OMS, che invitano gli Stati a superare i modelli coercitivi in favore di servizi di salute mentale basati esclusivamente sul consenso informato e sul rispetto dei diritti umani.

I dati scientifici: «La coercizione aumenta il rischio»

A mettere in discussione l’idea del TSO come strumento “salvavita” sono anche i dati scientifici citati dal CCDU. Secondo uno studio del Karolinska Institutet di Stoccolma, le pratiche restrittive non riducono il rischio di suicidio, ma lo aumentano sensibilmente nel periodo successivo alla dimissione.

Il trauma legato alla contenzione e alla violenza percepita del trattamento, evidenzia la ricerca, spezza il rapporto di fiducia tra paziente e istituzioni, alimentando isolamento e fragilità invece di favorire la cura.

Un messaggio che, dal cuore di San Zeno, rilancia una domanda cruciale: può esistere una salute mentale che prescinda dal rispetto dei diritti fondamentali della persona?

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