Morelli Bugna, la pausa caffè finisce in Cassazione. CISL FP: «Una battaglia di principio pagata dai cittadini»

Redazione

| 14/11/2025
CISL FP Verona critica la decisione della casa di riposo Morelli Bugna di portare in Cassazione la questione della pausa caffè, già riconosciuta come orario di lavoro dai giudici. Il sindacato denuncia «uno spreco di soldi pubblici» per una battaglia di principio a carico dei cittadini.

La casa di riposo “Morelli Bugna” torna al centro delle polemiche per una nuova iniziativa legale che, dopo la sconfitta sul riconoscimento del tempo divisa, porta ora davanti alla Corte di Cassazione persino la questione della pausa caffè degli operatori socio-sanitari. Una decisione definita dalla CISL FP Verona come «l’ennesima scelta incomprensibile, che rischia di trasformarsi in un boomerang politico e sociale».

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Secondo il sindacato, sia il tribunale di primo grado che la Corte d’Appello hanno già stabilito che quei pochi minuti di pausa rientrano nell’orario di lavoro, poiché durante il caffè gli operatori restano comunque a disposizione del datore e pronti a intervenire. Nonostante ciò, l’ente pubblico ha deciso di tentare l’ultima carta, rivolgendosi alla Cassazione.

«Dopo aver perso sul tempo di vestizione e svestizione, consolidato dalla giurisprudenza, l’Ipab insiste su un dettaglio minimo come la pausa caffè» denuncia CISL FP, evidenziando come ogni ricorso «comporti spese legali e giudiziarie che ricadono sulla collettività».

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Il Consiglio di amministrazione, presieduto da Manuela Tomasi, ha affidato all’avvocato Gianpiero Belligoli la presentazione del ricorso. Nelle motivazioni, la stessa Ipab riconosce che sul tema del tempo divisa «non c’è più nulla da discutere», ma intende comunque contestare la retribuzione della pausa caffè. «Una battaglia di principio pagata però dai cittadini e dai lavoratori, non dai dirigenti», aggiunge il sindacato.

Per la CISL FP il paradosso è evidente: «Il tempo divisa è ormai riconosciuto ovunque, la pausa caffè è già considerata lavoro dai giudici, e tuttavia l’ente continua a destinare risorse pubbliche alle spese legali invece che ai servizi».

Da qui la domanda finale del sindacato: «Vale davvero la pena arrivare fino in Cassazione per una pausa caffè, quando i cittadini chiedono servizi migliori e più vicini ai bisogni reali?».

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