Anna Maria Bigon: «Assunzione di medici, subito»
Redazione
Speciale Elezioni regionali 2025
A poco più di un mese dal voto per le regionali del Veneto, lo “Speciale Elezioni regionali 2025” ospita Anna Maria Bigon, volto del Partito Democratico e vicepresidente della V Commissione Sanità e Sociale in Consiglio regionale.
Avvocata, già sindaca per dieci anni a Povegliano Veronese, Bigon rivendica risultati ottenuti in opposizione: dall’abbassamento dell’età dello screening mammografico, alle proposte sulla medicina territoriale e sullo psicologo di base.
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Guarda l’intervista ad Anna Maria Bigon
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Una sintesi dell’intervista
Ci racconta le tappe principali del suo impegno politico?
Il mio impegno nasce a Povegliano Veronese, dove sono stata consigliera, assessora, vicesindaca e poi sindaca per dieci anni. In Consiglio regionale sono subentrata ad Alessandra Moretti nel 2019.
Perché la scelta del Partito Democratico?
Perché credo nei valori del PD: solidarietà, uguaglianza, lotta alle disuguaglianze e alla povertà, difesa della sanità pubblica e attenzione alle persone più fragili. E poi l’ambiente.
Con un’opposizione numericamente ridotta e arrivando da cinque anni difficili di minoranza, cosa la spinge a ricandidarsi?
È vero, fare opposizione richiede tanto lavoro. Ma i risultati ci sono stati. Penso all’abbassamento dello screening del tumore al seno da 50 a 45 anni, ottenuto dopo una mia mozione e i dati presentati in Commissione. Penso ai percorsi per i tumori a derivazione genetica, resi gratuiti con 400mila euro di investimento regionale. E ancora: la riforma della medicina territoriale e della specializzazione universitaria, una mia legge approvata all’unanimità con me relatrice, caso raro per l’opposizione. Poi la legge sullo psicologo di base, presentata già in Commissione e da completare in Consiglio nella prossima legislatura. E la battaglia per attivare posti letto in neuropsichiatria infantile: un ragazzino non deve finire in reparti per adulti, è questione di dignità. Per non parlare delle discariche che abbiamo quantomeno fermato.
Quindici anni di Luca Zaia: più luci o più ombre?
Più ombre. Gran parte del bilancio regionale va alla sanità, ma si è indebolita la sanità pubblica a favore del privato. In Veneto, pur con redditi tra i più alti, cresce la fascia di popolazione che si impoverisce: il 10% dei cittadini, di cui il 7,5% rinuncia alle cure. Sulle liste d’attesa c’è stato un investimento negli ultimi tre anni, ma non basta: sulle prime visite si è migliorato, sui controlli c’è ancora molto da fare.
Meglio tenere separati Sanità e Sociale in Giunta?
Sanità e sociale devono integrarsi, non separarsi. Ma è impegnativo gestire due deleghe così pesanti in capo a una sola persona: comprendo per questo l’ipotesi di divisione delle deleghe, fermo restando il coordinamento.
Medicina territoriale: da dove ripartire?
Da più medici. In Veneto abbiamo circa 2 milioni 900mila accessi ai pronto soccorso, di cui il 60% sono codici bianchi: casi di bassa intensità che andrebbero risolti dal medico di famiglia. Con le carenze attuali, il cittadino finisce in pronto soccorso, attende ore e spesso paga il ticket. Su circa 33 milioni di euro di ticket da pronto soccorso in Italia, il 45% è in Veneto: significa che manca il filtro territoriale.
All’Azienda Ospedaliera di Verona il nuovo sistema informatico ha creato problemi. Che cosa non ha funzionato?
È stato un errore grave sperimentarlo subito nei due ospedali più complessi, Borgo Roma e Borgo Trento, senza un collaudo pieno. Medici e infermieri sono stati messi in difficoltà, si è tornati persino a carta e penna. Parliamo di un sistema da 120 milioni: finché non funziona, va bloccata qualsiasi estensione ad altri ospedali.
Se domani fosse assessora alla Sanità, qual è il primo atto?
Assunzione di medici, immediatamente: medici e infermieri. Non si dica che non ci sono: il punto è che in Veneto si è investito meno e si paga meno rispetto al privato e ad altri Paesi europei. Bisogna adeguare gli stipendi e rendere il pubblico attrattivo, non un sacrificio.
Autonomia differenziata: che giudizio dà del percorso fin qui?
Si va avanti da anni, ma si è sbagliato: a oggi c’è una legge impugnata e mancano le risorse. Siamo favorevoli a più autonomia, ma non a disuguaglianze tra regioni o dentro la stessa regione. In salute mentale siamo penultimi fra le regioni per investimenti e i modelli cambiano da Ulss a Ulss: prima mettiamo ordine in casa, poi discutiamo di autonomia.
Discariche: come si pianificano senza scontentare tutti?
Serve una legge che definisca zone idonee e non idonee, coinvolgendo i Comuni. Oggi manca una cornice chiara: tolte perfino le cautele sulle aree fragili e di ricarica degli acquiferi, tutto il territorio rischia di essere esposto. Non si può procedere caso per caso: così si apre un mondo di contrattazioni.
Il centrosinistra ha scelto Giovanni Manildo. È il profilo giusto?
Sì. È una persona che apre, accogliente, che dialoga. La politica è dialogo: non bisogna arroccarsi, ma confrontarsi. Lui è la persona giusta per questo.
Verona è davvero “dimenticata” rispetto al triangolo Venezia–Treviso–Padova?
C’è un fondo di realtà. Gli investimenti hanno privilegiato altre aree: pensiamo alla Pedemontana, tra costi non programmati e criticità ambientali, o ai collegamenti con l’aeroporto. Sul lago di Garda, motore del nostro turismo, si è investito meno rispetto al litorale marittimo. Su questi temi abbiamo fatto battaglie e continueremo a farle.
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