Alessio Albertini: «Giovanni Manildo sa parlare ai veneti»

Redazione

| 01/10/2025
Per lo “Speciale Elezioni regionali 2025”, l’intervista ad Alessio Albertini candidato consigliere in Veneto per il Partito Democratico e sindaco di Belfiore.

Speciale Elezioni regionali 2025

A poche settimane dalle elezioni regionali del Veneto, fissate per il 23 e 24 novembre 2025, lo “Speciale Elezioni regionali 2025” di Verona Network approfondisce le posizioni dei candidati. Tra questi c’è Alessio Albertini, sindaco di Belfiore e vicesegretario provinciale del Partito Democratico.

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Guarda l’intervista ad Alessio Albertini

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Una sintesi dell’intervista

Da dove nasce il suo impegno amministrativo e politico?
«Il mio impegno è iniziato presto. A 25 anni ho fatto la prima tessera del PD, ai tempi di Veltroni: una stagione nuova, di grande speranza. Dopo qualche anno mi sono candidato sindaco a Belfiore per la prima volta, nel 2011, e ho perso per poche decine di voti. È stata comunque una bella palestra, anche dai banchi della minoranza. Poi, poco dopo i trent’anni, ho avuto l’occasione di diventare segretario provinciale del Partito Democratico di Verona: anni impegnativi, con il PD al governo nazionale e Renzi segretario. Nel 2016 ho riprovato a candidarmi sindaco a Belfiore e ho vinto con una squadra di giovani; nel 2021 sono stato rieletto oltre il 70%. Ora sto completando il secondo mandato».

Perché il passo verso la Regione?
«È una valutazione condivisa con tante persone con cui ho lavorato in questi anni. È l’evoluzione naturale di una gavetta fatta come amministratore locale e dentro il partito. Oggi ho una formazione trasversale – esperienza amministrativa, professionale (sono avvocato) e politica – che rende naturale misurarsi con una competizione come quella del Consiglio regionale».

Bilancio di quindici anni dell’“era Zaia”: quali luci e quali ombre?
«A Zaia va riconosciuto di aver raccolto attorno a sé tanti veneti: è stato un fattore di coesione e ha avuto grande consenso. Il punto debole, però, è non aver sfruttato al meglio quel consenso, a partire dall’autonomia rimasta promessa inespressa. Su scelte strategiche come viabilità e sanità il Veneto non ha tenuto i livelli che conoscevamo. Un dato: da “terra d’arrivo” siamo diventati una regione da cui molti giovani, soprattutto laureati, se ne vanno per stipendi bassi e case inaccessibili. Alcune mancate scelte hanno fatto arrivare i nodi al pettine».

L’autonomia differenziata è partita in salita: ha ancora senso puntarci?

«Gli squilibri esistono e il regionalismo differenziato può essere una buona idea: l’ho studiato nella mia tesi universitaria. Ma l’approccio politico è stato sbagliato. Si è fatta passare l’idea di un Veneto “quasi” a statuto speciale, come l’Alto Adige, e della possibilità di “tenerci le tasse”: impossibile con questa Costituzione. La gente si è illusa e, a sette anni dal referendum, non si sono fatti neppure i passi minimi che erano possibili. Su questo Zaia ha pagato».

Il centrosinistra con Giovanni Manildo può sfidare il centrodestra?
«Penso che Manildo sia il miglior candidato possibile. Sta facendo una bella campagna ed è un veneto autentico: conosce associazionismo, professioni e impresa. Posso portarlo in qualunque ambiente della provincia di Verona – parrocchie, imprese, alpini, associazioni – e sa parlare ai veneti. Alla figura “sola al comando” contrapponiamo un Veneto di tutti, partecipato, capace di creare il proprio futuro. Il Veneto dopo le elezioni sarà diverso: sta a noi costruirlo al meglio e con Manildo possiamo raccogliere molto consenso».

Giovani, stipendi, casa: cosa può fare la Regione?
«La parola “futuro” deve entrare nella politica veneta. Un laureato su quattro oggi lascia il Veneto anche per Lombardia o Emilia-Romagna: se non tratteniamo persone formate e intraprendenti, il domani non può essere migliore. Sulla casa non è più solo questione di edilizia popolare: riguarda anche famiglie con due stipendi. Serve rivitalizzare le Ater, valutare un’agenzia regionale unica per la casa, tornare a costruire e riqualificare volumi per un’offerta accessibile a chi lavora. In Inghilterra un grande fondo pubblico ha sostenuto categorie come infermieri, insegnanti, vigili del fuoco: dobbiamo farlo anche qui con un fondo regionale. E poi, insieme a categorie economiche e istituzioni, trovare risorse per alzare un po’ gli stipendi: mettere più soldi in tasca a chi lavora».

Verona è davvero “dimenticata” in Veneto rispetto al triangolo Padova–Treviso–Venezia?
«Purtroppo è la fotografia della realtà. Negli ultimi anni, fuori dalla sanità, il bilancio regionale si è concentrato sostanzialmente su un’unica opera: la Pedemontana. Importante, certo, ma a scapito di pianificazione e sviluppo infrastrutturale diffuso. Verona è trattata come periferia dell’impero: dalla mediana provinciale allo sviluppo ferroviario, tutto è subordinato a ciò che accade a Treviso e Venezia. Anche sul vino: enorme spinta al Prosecco, mentre grandi denominazioni veronesi – Soave, Valpolicella, Durello – hanno avuto meno attenzione. Serve una classe politica veronese più capace di incidere ai tavoli regionali».

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