A Castelvecchio va in pensione il cartolaio amico dei clienti

Da Potenza è arrivato a Milano, poi a Padova e, nel 1964, a Verona. Quella di Pasquale Di Sario è una storia lunga 50 anni, fatta di sacrifici, soddisfazioni e clienti affezionati che facevano, spesso e volentieri, tappa alla cartoleria di fronte a Castelvecchio, dove Pasquale era sempre pronto a fare due chiacchiere. E ora che è giunto il tempo della pensione, e di passare di mano l’attività, sono molti i clienti che hanno speso parole di affetto nei suoi confronti. Tra questi anche Andrea Sbrogiò, caricaturista di professione, che ha conosciuto la cartoleria circa quattro anni fa quasi per caso e che, oltre a raccontarci delle belle chiacchierate intrattenute con Pasquale, tre settimane fa ha raccolto in un’intervista la figura e la storia di quest’uomo, che negli anni ha saputo guadagnarsi la stima e l’amicizia di molti veronesi.

 

Riceviamo e pubblichiamo l’articolo integrale di Andrea Sbrogiò:

“È un sabato mattina come tanti a Verona. Ma non per Pasquale Di Sario. Lui, per la prima volta in cinquant’anni, sta facendo l’inventario della sua cartoleria. Quella Cartoleria Castelvecchio Sas, a due passi dall’omonimo monumento scaligero, che passerà di mano di lì a pochi giorni. «La nuova proprietaria dovrà pur sapere tutto quello che si ritroverà qui dentro!». Uno spazio che, coi suoi oltre tredicimila articoli, è quasi un museo per i suoi mobili, calendari, mappe stradali e quaderni scolastici. Gliene capita tra le mani uno dei mondiali di Monaco ’74. «Tieni, te lo regalo. Qui ci venivano a comprare zaini e pennarelli i genitori di quelli che ora portano i propri figli».

Non ha venduto sempre e solo gomme e matite, Pasquale. A Verona ci è approdato nel lontano ’64, dopo aver vissuto per alcuni anni a Milano e a Padova. I suoi traslochi, iniziati all’età di sedici anni lasciando Castronuovo di Sant’Andrea, in provincia di Potenza, sono da principio legati a doppio filo con un’azienda e la sua ingegnosa – e ingombrante, per gli standard attuali – macchina di calcolo: la Lagomarsino. Un indirizzo scritto su un bigliettino, una valigia “di cartone” («come quelle che usavano i “terroni”»), e via verso il lontano e freddo nord.

«Arrivai alla stazione centrale di Milano un giorno del 1956. Mi sentivo perso, e cercai per ore senza riuscirci di raggiungere con il tram Piazzale Segesta. Feci così tardi che dovetti passare la notte su una panchina attendendo che la fabbrica riaprisse il mattino dopo». Iniziò come fattorino, ma dopo poco gli venne offerto di ricoprire il ruolo di venditore. «Era stancante portare in giro quei pesi per tutto il giorno usando i mezzi pubblici senza sapere se si sarebbero venduti o meno. Chi viveva lì e lo faceva da più tempo aveva il lusso dell’automobile». E poi quelle riunioni “militari” col suo capo, il signor Cavallaro, che scandagliava le performance sue e dei colleghi con piglio da sergente. «Era un attimo essere lasciati a casa se non si raggiungevano certi risultati».

Un breve trasferimento a Padova, e poi quello a Verona. Il negozio della Lagomarsino era in Corso Cavour n° 2. «Iniziai a vendere calcolatrici e macchine da scrivere agli uffici, che però presero a chiedermi sempre più spesso di rifornirli anche di tutto il resto, dai rotoli di carta all’inchiostro». Di qui la nascita della ditta “Di Sario e Mercanti”, dove alle vendite c’era lui e alla manutenzione delle macchine il compianto socio Giancarlo. Un’elegante graffetta ne era il logo, “il futuro è già cominciato” uno dei loro slogan. «Aprimmo qui di fronte, in Corso Porta Palio 8. Da una parte si vendevano le macchine, e dall’altra la cancelleria. A un certo punto sentii di dovermi staccare dalla Lagomarsino per gestire in autonomia l’attività. Giancarlo decise altrimenti, ma quando l’azienda chiuse venne liquidato in malo modo».

Anche quella una scelta azzeccata. Gianna, sua futura moglie, fu dapprima cliente e poi socia della cartoleria. A lei Pasquale ha sempre lasciato di buon grado la gestione della contabilità. Del resto, il venditore era lui. «Lei è una vera veronese, quando la portavo in Lucania dai miei genitori tornava sempre un po’ stranita per via di tutti quegli animali e del modo di vivere di giù».
Già, la Lucania, con quelle colline che si lasciò alle spalle da giovanissimo, ma i cui echi non hanno mai smesso di risuonargli dentro. «Passai molte sere a Milano, prima di coricarmi, a chiedermi cosa stessero cucinando di buono a casa mia, mentre io consumavo i miei scarni pasti con parsimonia. Mi interrogavo sul perché stessi facendo tutto ciò, sul perché mi fossi voluto allontanare dalla nostra bella fattoria. Tutt’ora non mi è facile rispondere.»

È una storia coraggiosa e fortunata, quella di Pasquale. La storia di un ragazzo spensierato che si è messo alla prova e, con umiltà e simpatia, ha lasciato un segno. Lo testimoniano la targa di “Bottega Storica” affissa fuori dal negozio, e l’affetto che moltissime persone e clienti non hanno mai smesso di rivolgergli. «Mi sono sempre trovato bene qui, e ringrazio tutti di cuore. Ora è venuto il momento di tirare i remi in barca. Oggi pomeriggio se c’è bello vado avanti col decespugliatore.»
La sua bella fattoria da diciotto anni è in località Spianà. Con galline, tacchini, anatre, fagiani, oche e quattromila metri quadrati di terra. «Appena ho le uova ti chiamo e te ne do un po’», mi dice col suo sorriso e modi gentili. Quante cose possono stare in una valigia di cartone. “