Verona Pulita condannata in appello a risarcire Edi Maria Neri

L'associazione veronese, guidata da Michele Croce, è stata condannata in secondo grado a risarcire delle spese legali l'ex assessora del comune scaligero, Edi Maria Neri, che era stata portata in tribunale da Verona Pulita per non aver versato 20 per cento dell’indennità netta mensile di assessore dal 2018 al 2020.

Edi Maria Neri
Edi Maria Neri

Dopo la vittoria nel primo grado di giudizio per Verona Pulita, la Corte d’Appello di Venezia ha ribaltato la sentenza che vede protagonista l’ex assessora al comune di Verona, Edi Maria Neri. La vicenda riguarda fatti risalenti al 2017, quando Neri si era iscritta all’associazione Verona Pulita, con la quale si era candidata alle amministrative. L’ex assessora alla Legalità, Trasparenza, Affari legali, Demanio ed Economato aveva presentato un’opposizione contro un decreto ingiuntivo depositato a sua volta da Verona Pulita per ottenere il saldo del versamento dell’importo mensile, corrispondente al 20% dell’indennità di funzione di assessore.

Nonostante Neri avesse dichiarato di aver già versato 4mila euro all’associazione da settembre 2017 a marzo 2018, il giudice aveva condannato l’ex assessora a pagare la somma di 6.618 euro a Verona Pulita. La Corte d’Appello, lo scorso 31 maggio, ha ribaltato la sentenza, condannando «Verona Pulita a rifondere a Neri Edi Maria le spese di difesa dei due gradi di giudizio, liquidate, quanto al primo grado, in € 5.439,00 – di cui € 4.500,00 per compensi, € 264,00 per esborsi ed il resto per rimborso forfettario – e, quanto al presente grado, in € 4.752,50 – di cui € 3.800,00 per compensi, € 382,50 per esborsi ed il resto per rimborso forfettario – oltre ad IVA se dovuta e CPA».

La decisione della Corte di Appello crea un precedente giurisprudenziale molto importante, in quanto «Non sembra si possa validamente sostenere un nesso di corrispettività tra indicazione del movimento in vista della nomina assessorile e impegno ad effettuare i versamenti: non solo perché tale nesso dovrebbe emergere dal contenuto della promessa unilaterale (che in tale prospettiva si configurerebbe come parte di un’operazione negoziale bilaterale più complessa), ma anche perché si porrebbe un evidente questione in ordine alla liceità di un simile patto, con il quale si verrebbe ad introdurre inammissibilmente una logica economica di scambio nell’ambito di scelte politiche e di governo della cosa pubblica (né, d’altronde, l’appellata sostiene di avere designato l’appellante per la nomina ad assessore in cambio o in vista dell’obbligo di contribuzione da costei assunto, di lì a poco, nei riguardi dell’associazione)». 

«Finalmente, con una pronuncia scritta pregevolmente in punta di diritto, si è fatta chiarezza sulla natura della promessa di pagamento che alcuni soci di Verona Pulita avevano dovuto sottoscrivere, su richiesta del presidente Michele Croce, nel settembre 2017, una volta investiti dei loro rispettivi incarichi. – ha detto Neri – Come emerge dalla motivazione riportata in sentenza, ho ritenuto all’epoca dei fatti di adempiere al versamento di una somma, che, peraltro, ho sempre considerato esagerata nel suo quantum (il 20 per cento era stato imposto da Croce), fino a quando ho ritenuto di far parte del movimento per ideali condivisi e in primis di legalità e trasparenza. Faccio presente che sono stata iscritta a Verona Pulita solo nell’anno 2017, quando ho contribuito alla campagna elettorale del movimento sebbene non volli candidarmi per il consiglio comunale. A partire dall’inizio del 2018 la condivisione è cessata e le incomprensioni si sono fatte sempre più evidenti. E a partire dall’aprile del 2018 ho ritenuto di non voler più versare la percentuale della mia indennità di assessore, non riconoscendomi nello spirito e nella gestione dell’associazione e non avendo più rapporti di alcuna natura con il movimento medesimo e con il suo presidente» conclude Neri. 

Ora la palla passa a Michele Croce, che ha già annunciato di voler portare la vicenda in Cassazione.

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