Verona celebra il Giorno del Ricordo
Oggi Verona ha celebrato il Giorno del Ricordo, istituito per mantenere vivo nella memoria degli italiani i trattati di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947, dove l’Italia, oltre alle colonie, cedeva le Provincie di Zara e del Carnaro alla Jugoslavia, mentre Trieste e parte dell’Istria andavano a costituire il Territorio Libero di Trieste TLT.
Il 30 marzo 2004, la Repubblica Italiana ha istituito questa solennità civile proprio per «conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo degli istriani, fiumani e dalmati e della più complessa vicenda del confine orientale», come riporta la Legge.
La giornata, organizzata dalla Prefettura in collaborazione con il Comune di Verona e il Comfoter di Supporto dell’Esercito, è iniziata questa mattina intorno alle 9.30, al Cimitero Monumentale, con la deposizione di una corona al Cippo in pietra dell’Istria ‘a memoria delle vittime delle foibe e delle tombe abbandonate’. È seguita la benedizione della corona e la lettura della preghiera dell’Esule. Presenti il sindaco Damiano Tommasi, il Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, il Sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi, il presidente della Provincia di Verona Flavio Massimo Pasini, il Prefetto di Verona Demetrio Martino e il Presidente del Comitato di Verona dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia A.N.V.G.D. Marco d’Agostino, oratore della cerimonia.
Le celebrazioni ufficiali si sono successivamente spostate in piazza Martiri d’Istria e Dalmazia dove nel 2013 è stata realizzata una stele con una mappa dei territori della frontiera adriatica teatro dei massacri delle “foibe” e dei luoghi dell’esodo.
Presenti l’assessore alla Memoria storica Jacopo Buffolo, il presidente della Circoscrizione 4^ Alberto Padovani, il Presidente del Comitato di Verona dell’A.N.V.G.D. Marco d’Agostino e alcuni Consiglieri comunali.
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L’intervento dell’assessore alla Memoria storica Jacopo Buffolo
«Quando l’etnia non va d’accordo con la geografia, è l’etnia che deve muoversi; gli scambi di popolazioni e l’esodo di parti di esse sono provvidenziali, perché portano a far coincidere i confini politici con quelli razziali. Cari concittadini, care concittadine, care autorità e care associazioni d’arma e degli esuli oggi pervenute in questo momento di ricordo. Ho scelto dipartire da queste parole proprio perché “ricordare” non può e non deve essere un mero esercizio di retorica, né un’azione di appiattimento della profondità storica di un passato che non passa».
«Ricordare in una società deve servire a comprendere come l’uomo ha agito nel passato e come, forse o almeno io lo auspico, non debba agire nel futuro. L’autore delle parole iniziali riteneva, come spesso è accaduto purtroppo nella storia, che ai confini geografici dovessero corrispondere anche dei confini etnici e addirittura razziali. Un termine che fortunatamente nella nostra Repubblica è aborrito e messo da parte, come recita l’articolo 3 della nostra Costituzione. Ecco oggi siamo qui proprio perché in un luogo non così lontano, distante circa 350 km, si è pensato a lungo che i confini etnici e geografici dovessero coincidere. Le barbarie della guerra, e purtroppo lo vediamo da vicino con immagini, video, servizi alla tv, oggi come ieri non hanno riguardato solo eserciti lontani in qualche campo di battaglia, ma anche civili, giovani e meno giovani, uomini e donne, che sulla loro pelle hanno pagato il prezzo più alto della guerra».
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«Oltre alle violenze fisiche gli italiani del confine orientale hanno pagato anche il prezzo del carattere punitivo comminato all’Italia intera per la posizione di paese sconfitto. Così arriviamo al 10 febbraio di 77 anni fa, quando al tavolo della pace a Parigi l’Italia repubblicana, nata grazie al sacrificio ditanti civili e militari nella lotta di liberazione, vedeva comunque la perdita dei territori coloniali, di una parte dell’Istria, di Fiume, del carso triestino e goriziano, la piccola provincia di Zara, oltre alla creazione del TLT, il Territorio Libero di Trieste».

«Trieste è tornata italiana solo nel 1954. Il cambio di assetto statuario, di paradigma e di rapporti sociali tra le diverse componenti etnico-politiche della frontiera adriatica portò tra le 250.000 e le 300.000 persone a scegliere l’esilio, non a causa di un’espulsione, ma attraverso un invito subdolo fatto di pressioni e violenze fisiche e psicologiche, lasciando i propri beni per pagare il debito di guerra dell’Italia con la Jugoslavia. Ricordo le parole di un vecchio generale che, in un momento forse di lucidità, mi disse che davanti alla guerra la razionalità umana può solo cercare di fuggirla».
«E in quel lembo di terra, in quello spazio di frontiera adriatica che era stato Repubblica di Venezia, Impero Austro Ungarico, Regno d’Italia e Reich Nazista, in molti scelsero per questa strada, abbandonando casa, averi e affetti. Spinti all’esodo da una guerra vista da troppo vicino, giunti in una terra scelta senza trovare sempre la giusta accoglienza. Anche se possiamo dire che la nostra città ha saputo essere accogliente più di altre comunità. E se oggi quelle terre, un tempo separate da quella cortina di ferro che per 50 anni ha diviso in due il mondo, sono riunite e alle frontiere e al filo spinato si sono sostituiti strade e ponti, simbolo ne è oggi la città di Nova Goriča che insieme a Gorizia sarà capitale europea della cultura nel 2025».
«La stessa cosa però non possiamo dire per quelle persone che da profughi cercano di raggiungere un paese dove sperano di trovare accoglienza e la possibilità di ricostruirsi liberamente una vita. Ecco oggi, a distanza di 20 anni dall’istituzione del Giorno del Ricordo, è bene, come recita la legge conservare e rinnovare la memoria delle tragedie che colpirono istriani, fiumani e dalmati a partire dagli eccidi delle foibe fino all’esodo e alle vicende complesse che riguardano il confine orientale. Le parole citate all’inizio di questo discorso, che evocano esodi provvidenziali e confini razziali, sono del 10 giugno 1941. A pronunciarle, in un discorso alla Camera dei fasci e delle corporazioni, fu Benito Mussolini».
«Nei totalitarismi del Novecento – fascismo, nazismo, stalinismo – i diritti dei popoli e degli individui dovettero sempre soccombere di fronte alle regioni della geografia, alle velleità dei governi di tracciare nuovi confini e frontiere. Per questi è fondamentale il Ricordo. Facciamolo nostro per ripudiare le atrocità compiute dai regimi totalitari del Novecento, facciamolo nostre per combattere tutte le violazioni dei diritti umani in Italia e nel mondo, facciamolo nostro per fortificare lo spirito di accoglienza nei confronti di chi è costretto a fuggire dalla propria terra. Facciamolo nostro per far sì che, finalmente, i popoli vivano e prosperino in pace».
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Mercoledì 28 febbraio, dalle 9.15 alle 11, l’appuntamento con le scuole veronesi
All’Auditorium del Palazzo della Gran Guardia si terrà l’appuntamento dedicato agli Istituti Superiori di Verona, quest’anno proposto a distanza dalle celebrazioni del 10 febbraio per consentire la partecipazione di ragazzi e ragazze altrimenti assenti per la concomitanza delle vacanze di Carnevale. La commemorazione vedrà il saluto del Sindaco di Verona, del Prefetto di Verona Demetrio Martino, della Presidente della Consulta Provinciale Studentesca di Verona, della Presidente del Consiglio degli Studenti di Verona e del Presidente del Comitato Prov. ANGVD di Verona Marco D’Agostino. In seguito prenderà la parola l’Oratore Ufficiale ammiraglio Romano Sauro, nipote dell’irredentista Nazario Sauro – Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria – del quale si ripercorrerà la storia e le vicende belliche, durante il Primo conflitto mondiale con particolare riferimento ai territori istriani.
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