«Un’organizzazione a misura di persona»: la visione di Matteo Albrigi per Alteco Srl
Redazione
Il percorso imprenditoriale di Matteo Albrigi, amministratore unico di Alteco Srl, è un esempio di come la passione familiare, la capacità di adattamento e la visione strategica possano dar vita a un’azienda internazionale, specializzata nella produzione di impianti per la purificazione dei fluidi. Una realtà in crescita continua, candidata al 15° Premio Verona Network, che si terrà il 17 luglio a Bosco Chiesanuova, e che premia le realtà più distintive del 2025.
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Quando incontri qualcuno che ti chiede “che lavoro fai?”, come rispondi?
Noi non facciamo “brugole” come nello sketch di Aldo, Giovanni e Giacomo… Produciamo impianti per filtrare i fluidi, quindi per purificare tutto quello che deve essere pulito nell’industria.
Un lavoro molto settoriale, che però vi ha portati ben oltre Verona, giusto?
Sì, siamo partiti da Verona ma oggi vendiamo principalmente in Europa – Francia, Germania, Inghilterra – e in 32 paesi. Negli ultimi anni stiamo crescendo molto negli Stati Uniti. Abbiamo anche clienti continuativi in Giappone e altri paesi asiatici.
La storia dell’azienda inizia nel 1955 con tuo papà, giusto?
Esatto. All’epoca aveva una ferramenta, poi ha aperto la partita IVA e ha iniziato a produrre serbatoi per gasolio. Negli anni ’70, con l’arrivo del metano, ha dovuto reinventarsi, convertendo la produzione per il settore enologico. Noi siamo sei fratelli, e col tempo mio padre ha creato tre aziende diverse affidando a ciascuno un proprio percorso.
Ma tu da giovane volevi già lavorare lì o avevi altre passioni?
Mi piaceva anche l’informatica, infatti l’ho studiata. Ma ho sempre lavorato con papà, e la passione è cresciuta lì. Da tre persone iniziali, oggi l’azienda è molto più strutturata.
Oggi quanti siete in Alteco?
Siamo in 43. Il nostro lavoro richiede competenze spinte, perché operiamo nel campo della costruzione di filtri e pressor vessel con standard di sicurezza e qualità elevatissimi. Soprattutto ora che lavoriamo anche nel settore farmaceutico.
Nel 2018 vi siete spostati dalla Valpantena a Colognola ai Colli. Come mai?
La Valpantena ha tante qualità, ma poco spazio per l’industria. A Colognola abbiamo trovato una sede più grande, più vicina alla logistica e più comoda per i colleghi. Il passo era obbligato per crescere.
L’anno prossimo fate trent’anni. Ci sono già progetti per festeggiare?
Stiamo valutando come festeggiare al meglio. Ogni tanto facciamo anche l’“Alco Day”, una giornata aziendale con le famiglie per mostrare cosa facciamo. Non sempre i familiari sanno di preciso che lavoro facciamo!
Queste sono anche occasioni per ritrovarvi tra fratelli?
Sì, c’è ancora l’azienda originaria del 1955 dove siamo tutti coinvolti. Ma la vera riunione resta quella con i tortellini dalla mamma la domenica!
Collaborate ancora tra fratelli, quindi?
Sì, anche se le aziende sono autonome, c’è sinergia: scambio di lavorazioni, consulenze, fornitori. La visione di papà era proprio creare autonomia, ma con una base comune.
Hai parlato anche di attenzione verso i giovani. Come vi muovete in questo senso?
Cerchiamo di coniugare i valori storici con quelli delle nuove generazioni. Abbiamo colleghi molto giovani e investiamo tanto su formazione, strumenti e metodologie innovative per attrarre, coinvolgere e trattenere.
Tra 10-15 anni, come vedi Alteco?
Mi auguro una crescita sempre più internazionale, ma con un gruppo affiatato e un’organizzazione sempre a misura di persona. È questo che ci contraddistingue.
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