Tracce digitali e come trovarle (nell’era della “Digital Forensics”)

Social network, Whatsapp, email, servizi di localizzazione. Non lasciare una traccia di se nell’etere al giorno d’oggi, con uno smartphone dentro la tasca o la borsa, è quasi impossibile. E sono proprio questi indizi digitali che, spesso, in un’indagine giudiziaria, possono fare la differenza. Di queste tematiche ha trattato oggi il convegno sulla “Digital Forensics”, organizzato dall’ordine degli ingegneri di Verona nella sede del banco Bpm e presentato stamattina nella sede dell’ordine.

A parlare, nel corso della giornata di lavori, Matteo Cristani, professore di Web Semantico all’Università degli Studi di Verona, Michele Vitiello, professore di Metodologie di acquisizione delle prove all’Università Uninettuno di Romae Sebastiano Battiato, professore di Digital Forensics all’Università degli Studi di Catania. Tre massimi esperti della materia che hanno illustrato ai presenti le modalità di acquisizione delle prove informatiche, ponendo l’attenzione anche sui nuovi sistemi di privacy digitale, che spesso rallentano l’estrapolazione delle prove durante le indagini, ma anche sull’impressionante velocità di evoluzione della materia, che si rinnova insieme alle tecnologie. Tra le problematiche della “Digital Forensics” anche la mancanza di specifiche cattedre nel mondo universitario, che per il momento si possono contare sulle dita di una mano. E alla domanda se Sherlock Holmes potrebbe al giorno d’oggi mandare in pensione la propria lente di ingrandimento, la risposta è stata unanime: la lente è sempre necessaria, ma secondo il professor Cristani «lo Sherlock Holmes di oggi più che sequestrare un oggetto sequestrerebbe una password».
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