Hellas Verona, il bilancio dopo la festa.

Una cosa sola è sicura, quando si parla di Hellas Verona è impossibile restare nei giudizi misurati, nelle valutazioni razionali, a freddo. Che si vinca o perda, arriva sempre un “ma”, una tonalità che scombina gli equilibri. “Setti buffone” recitavano innumerevoli adesivi di scherno sparsi per la città. Ora il patron gialloblu è sugli scudi. E lo attendono le decisioni del dopo festa.

Sembra di vederlo scorrere i nomi della squadra che ha compiuto il miracolo. Alfredo Aglietti, l’allenatore, arrivato con la sola speranza di cambiare le cose, solo quella. L’indimenticabile Osvaldo Bagnoli, intervistato sul possibile futuro del tecnico, ha detto «Decide il datore di lavoro» un po’ come un Boskov in minore, basso profilo ma mai perdere di vista le cose serie.

Il ds D’Amico nei giorni scorsi ha preso tempo  («Ci prendiamo qualche giorno di riflessione e poi vediamo» ha detto ai microfoni di Sky) anche se vox populi acclama il sostituto di Grosso (che è passato nel frattempo al Perugia)  come l’uomo giusto per la squadra.

E poi Pazzini, poco operativo ma fondamentale, capace di tenere il legame tra i compagni; e Silvestri, Zaccagni e ancora Faraone, partiti a testa bassa e rivelazioni della stagione. Forti dubbi ( per usare un eufemismo) sugli stranieri Colombatto, Matos e Lee, poco efficaci a causa del rendimento discontinuo; probabile (e tanto) l’esercizio da parte della dirigenza del diritto di riscatto a breve.

Applausi invece per lo scozzese Liam Henderson, strappato al Bari da Grosso. Il giovane scozzese – dicono i seniores gialloblu – ha davanti un non facile percorso in A, ma ha i numeri per farsi onore. Come Di Carmine, protagonista di una stagione in salita ma capace di fare la differenza nelle partite cruciali, come la finale. Reti da antologia, che lasciano ben sperare per la massima serie.

 

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