Sergio Visciano, l’ultima fotografia
Si sono tenuti oggi, a Verona nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo, i funerali di Sergio Visciano, geologo e fotografo scomparso improvvisamente a 55 anni. Era membro del Consiglio di Amministrazione di Fondazione Cariverona. Molti i presenti, tra i ricordi quello dell’ex sindaco Federico Sboarina al quale la madre, Signora Marina, ha affidato il toccante saluto al figlio.
Il ricordo di Daniela Cavallo
Oggi abbiamo salutato un amico, Sergio Visciano.
Una chiesa grande colma di una generazione veronese di “ragazzi” e “ragazze” che si è stretta intorno alla signora Marina e a quell’ultima barca di legno e stagno che ci trasporta in un’altra vita, dove si deposita un corpo, ma lo spirito passa oltre, vola.
Ragazzi e ragazze, perché quando muore improvvisamente un amico torni all’adolescenza, al gioco del pallone in cortile, al passarsi i compiti a scuola, ai pomeriggi a bighellonare in centro, ai sogni di tutto quello che sarebbe potuto essere, che si trasformano in ideali e progetti da grande.
Lacrime, neanche tanto trattenute, hanno bagnato parole, ricordi e abbracci rivedendo persone che a volte solo i social ti ricordano che ci sono. Cuore, maledetto cuore, o benedetto che tu sia.
“Era felice”, le parole di “Ciccio” l’amico del cuore, la sera prima una bicchierata tra amici ed un messaggio “Grazie per la bellissima serata”, quelle cose così banali che sono enormi quando chi ami non c’è più.
Non posso dire, con sincerità, che eravamo amici, per il rispetto che porto a questo sentimento e alla parola, ma ci conoscevamo da giovani, quando condividevamo lo studio in Corso Cavour (eravamo in tanti agli inizi per dividere le spese, volenterosi e squattrinati) ma ogni volta che ci si incontrava per strada o in qualche inaugurazione partiva una lunga chiacchiera che ci teneva fermi a qualche angolo almeno per una buona mezz’ora, a raccontarci “che fai di bello” e giù di progetti, idee, sogni che finivano sempre con “allora ci dobbiamo vedere”, “si dai dobbiamo fare qualcosa insieme”.
I discorsi erano sempre con l’obiettivo di cosa poter fare per questa nostra città, per i suoi abitanti, per noi. Non ci siamo riusciti, rimandare è una condanna. E poi era un reciproco chiedersi “come stai”, lui sapeva del mio cuore malandato e si raccomandava, io non del suo, ma conosco quanto questo compagno vitale non avverta prima di fermarsi e mai avrei pensato che sarebbe stato il suo a farlo. Certo è che se il cuore lo usi tanto si stanca prima, questo l’ho sperimentato, ed è forse stato così anche per Sergio.
Per chi non lo conoscesse l’invito è di andare a vedere i suoi progetti fotografici, l’ultimo in particolare “la fotografia al buio” dove i non vedenti possono fotografare la realtà, le emozioni.
L’arte e la creatività possono fare anche questo, Sergio ne conosceva il potere.
Adesso lo immaginiamo seduto a fare domande a Cartier Bresson, a Robert Capa, ma anche a Michelangelo, a Raffaello.
“C’è una cosa che la morte dà, e che non si può avere finché si è vivi, l’ubiquità”.
Buon viaggio Sergio.
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