Proclamazioni in Arena: la lettera di un laureato in tempo di Covid

Salvatore Nucera, neolaureato in piena pandemia e da casa in Giurisprudenza, scrive direttamente al Magnifico Rettore Pierfrancesco Nocini, per chiedere che i traguardi raggiunti da lui e da tanti altri studenti vengano coronati con una proclamazione in Arena.

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Il Magnifico Rettore Pier Francesco Nocini. Foto d'archivio

Salvatore Nucera si è laureato in Giurisprudenza all’Università di Verona nel pieno della pandemia, da casa, e sogna di coronare questo importante momento con una proclamazione in Arena. Per questo motivo ha scritto una lettera aperta al Magnifico Rettore, Pierfrancesco Nocini.

«Magnifico Rettore, sono Salvatore Nucera, neolaureato presso l’Università degli Studi di Verona, ed è con rinnovata ed autentica speranza che Le scrivo queste parole», così inizia la lettera.

Salvatore Nucera
Salvatore Nucera

«Esattamente tre mesi fa, saputa la riapertura dell’Arena per la stagione lirica, mi permisi di rilanciare un’idea già avanzata – ben un anno fa – dal Consiglio Studenti e condivisa dall’odierna amministrazione comunale, avente ad oggetto la celebrazione dei festeggiamenti in Arena per coloro che hanno visto negarsi quella proclamazione solenne, momento tanto atteso da chi ha avuto la fortuna di frequentare le aule universitarie e la vita accademica, in altre parole, di tutti coloro che si sono sentiti parte di quella Università di arti e di scienze, alla quale avremmo desiderato sentirci legati per il resto della vita».

«Ed è proprio rievocando lo spirito accademico di quegli anni, Magnifico, che Le rivolgo il mio sincero appello, poiché la pandemia che ci affligge ormai da tempo e che, purtroppo, non è stata ancora debellata, ha contribuito ad allontanare gli affetti, cancellare le abitudini, finanche recidendo alcuni legami che si erano ivi creati».

«Se da un lato tale mancanza ha causato grandi perdite, sia in termini sociali che didattici, dall’altro ha determinato un forte intento di rivalsa per tutti coloro che – studenti, dottori di ricerca, assegnisti, docenti, personale tecnico amministrativo – hanno fatto delle mura universitarie la propria casa, il loro personale Eden, rifugio della conoscenza e nel sapere conviviale».

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«Ricordo ancora il Vostro discorso di presentazione al Polo Zanotto – tenuto in vista delle elezioni – in cui dimostrò di voler infondere nuova linfa al sentimento di “appartenenza” all’accademia veronese. Ebbene, tale esigenza non può che dirsi aumentata dopo la recente tragedia pandemica».

«È per tali ragioni che Le rivolgo questa lettera, Magnifico, quale massima carica dell’Ateneo scaligero, a cui spetta l’ultima parola per trasformare questa proposta da potenza in atto.

«Sono consapevole delle molteplici difficoltà dovute all’organizzazione di un tale evento, unico nella Storia veronese, connesse anche all’esigenza di tutelare la salute e la sicurezza dei partecipanti».

«Pertanto, comprenderei un Vostro rifiuto, certamente motivato e giustificato da ragioni di necessità non altrimenti evitabili. Tuttavia, resto fiducioso in una Vostra positiva apertura, inverando e consolidando quell’unione tra città ed Università che è stata la fortuna di tante comunità nella storia della cultura, poiché la sapienza non si ciba di sole nozioni, ma anche d’emozioni e sentimenti. E chissà che non diventi una tradizione del nostro Ateneo, in grado di riavvicinare studenti ed ex allievi, vicini e lontani – come lo sono stato io, essendo un fuorisede – creando un precedente d’inestimabile valore per la Storia dell’Università e della città di Verona».

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