Il Polo Santa Marta casa per un giorno del mondo equo e solidale

Il mondo bello e buono del Fair Trade si è dato appuntamento oggi al polo Santa Marta. Proprio lì, nel dipartimento di Economia aziendale per dire con chiarezza che l’economia deve essere vissuta come un mezzo, non come un fine.

Degustazioni, sfilate, incontri e laboratori è questo “Altromercato Campus”. Una seconda edizione speciale questa, che si intreccia al 30esimo compleanno della maggiore realtà di Commercio equo e solidale in Italia e una delle principali a livello internazionale.

Come cambia il mercato. “Noi siamo idealisti e solidali da 30 anni”, ha detto il presidente di Altromercato Cristiano Calvi nell’incontro moderato dal giornalista Riccardo Iacona, “oggi l’economia in generale, finalmente, ragiona intermini di cambiamento. Noi da sempre sogniamo un mercato che si basi sulla responsabilità sociale d’impresa, che rispetti i lavoratori e garantisca la qualità del prodotto attraverso una filiera tracciabile. E lo mettiamo in pratica tutti i giorni, lavorando con i detenuti, con le cooperative insediatesi sui terreni confiscati alla mafia, anche con grandi produttori e attraverso una rete di 3mila volontari in Italia. Perché il fine dell’economia dovrebbe essere proprio questo: il benessere collettivo”.

Ma Altromercato oggi, non è sola e le buone pratiche si moltiplicano. “Viviamo una rivoluzione che dura da 20 anni e ha cambiato l’approccio al consumo”, ha affermato Teo Musso, del Birrificio Baladin, “grazie a una serie di produttori che ha smosso la rigidità secolare dei grandi gruppi creando nuove tendenze. Noi, 12 anni fa, siamo partiti dalla terra per arrivare al prodotto. Oggi coltiviamo 400 ettari di terreno e otteniamo il 90% delle materie prime da una filiera diretta e garantita dal campo al bicchiere”. Anche storici brand come Paluani (un secolo di vita) hanno evoluto il loro modo di lavorare. “Nel nostro decalogo della qualità la prima parola è “rispetto” per tutti coloro che sono coinvolti nella filiera”, ha confermato il direttore generale Diego Romanini. “Lo teniamo sempre presente, lavorando per essere mediamente competitivi nel lungo periodo. Come? Grazie a una filiera controllabile, a prezzi che non siano, a differenza di quanto avviene oggi, sempre più bassi a discapito della qualità e non dimenticando l’apporto, che si riverbera sul prodotto finito, rappresentato dai nostri lavoratori stagionali, molti dei quali sono con noi da 20 anni e con un turnover che non supera il 2%”.

Se ne è fatta di strada, insomma, da quando, negli anni Novanta, si presentava il Commercio equo e solidale come una sfida. “La svolta è stata nel 2005, con i primi contributi dei ricercatori sul “Fair trade for all”, un fenomeno, dunque, adatto a tutto il mercato, a tutte le imprese”, ha ricordato Francesca Simeoni, docente di Economia e gestione delle imprese all’Università di Verona. “Poi la crisi economica internazionale e le accuse di alcuni economisti che lo hanno definito ingiusto, addirittura controproducente, responsabile del blocco alle possibilità di sviluppo del mercato. Oggi, invece, questa realtà sta dimostrando con i numeri che ce la può fare. Purché, per il futuro, ripensi il suo business model, rifletta su chi vende e chi comunica questa realtà e ragioni sulla trasparenza delle certificazioni”. Tenendo sempre presente, ha concluso il direttore del Dipartimento di Economia aziendale dell’Università di Verona, Federico Brunetti, “che nel commercio equo e solidale il consumatore è coinvolto in prima persona nel processo di produzione di valore all’interno della filiera, sia economicamente, quando sceglie di pagare un po’ di più, che eticamente”.

Le storie dei produttori. Per arrivare dalla materia prima alle Botteghe di Altromercato, però, la strada è lunga e spesso costellata di difficoltà, come testimoniano i produttori che da tempo collaborano con Altromercato e che, impegnandosi per la giustizia sociale e per tutelare i diritti delle comunità indigene nel Sud del mondo, arrivano ad essere minacciati e rischiano la vita. Com’è accaduto a diversi rappresentanti di Pftc (Panay Fair Trade Center), che dal 1991, nelle Filippine, si occupa della produzione artigianale e della vendita, tramite il Commercio Equo e Solidale, dello zucchero bio integrale Mascobado: tre attivisti sono stati assassinati, altri quattro sono misteriosamente scomparsi. “Cerchiamo di tutelare i diritti dei produttori sfruttati e delle donne marginalizzate del Paese”, racconta Ruth Salditos, direttrice di Fair Trade Panay Foundation, “e per questo siamo soggetti alla repressione, la situazione è molto tesa. Ma insieme a tutte le persone possiamo davvero arrivare al cambiamento: basterebbe che i consumatori avessero la consapevolezza di quanto accade nei luoghi in cui vengono realizzati i prodotti che acquistano”.

Kts, per esempio, ha base a Kathmandu, in Nepal, ed è nata nel 1983 con progetti di formazione gratuita per offrire la possibilità ai giovani e alle donne di emanciparsi dalla povertà attraverso l’istruzione e la formazione nei settori tessitura, lavoro a maglia, falegnameria. “In Nepal, uno dei paesi più poveri al mondo, lo sfruttamento del lavoro è una pratica diffusa”, conferma il direttore Kiran Bahadur Khadgi. “Grazie a Kts, che fornisce ad Altromercato sciarpe e tessuti di origine naturale, oggi 8mila persone lavorano a Kathmandou in un circuito virtuoso e in tutto sono quasi 50mila i lavoratori coinvolti, in 36 distretti”.

“Il nostro scopo è aiutare le donne marginalizzate, povere, vittime di violenza domestica che non hanno avuto accesso all’educazione”, aggiunge Kimberley Miranda, Senior Merchandiser di Creative Handicraft, un’organizzazione di gruppi tessili artigianali attiva dagli anni Ottanta nello slum di Mahakali Caves Road, una delle tante baraccopoli di Mumbai. “Le formiamo nel cucito, nella tessitura. La nostra soddisfazione? Vedere che, dopo aver seguito i corsi professionali, si riuniscono in gruppi produttivi e diventano socie imprenditrici delle cooperative tessili e condividere il loro orgoglio quando le loro creazioni arrivano persino sul mercato europeo”.

 

 

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ALTROMERCATO:

Altromercato è un consorzio formato da 105 soci e 225 Botteghe diffuse su tutto il territorio nazionale. Gestisce rapporti con 190 organizzazioni di produttori in oltre 40 paesi, nel Sud e nel Nord del mondo.Per chi sceglie di fare acquisti consapevoli, che rispettano l’ambiente, valorizzano culture locali e saperi tradizionali e garantiscono sempre alta qualità, originalità e sicurezza, Altromercato propone una gamma completa, composta da prodotti alimentari, molti biologici, anche freschi, articoli di artigianato, abbigliamento e accessori di Moda Etica e Sostenibile e una linea di igiene e cosmesi naturale.
Dal 2011 l’offerta Altromercato si è arricchita di una selezione di prodotti tipici italiani nati in collaborazione con esperienze di economia sociale sotto il marchio Solidale Italiano Altromercato. I principali prodotti sono presenti anche in 1500 punti vendita della grande distribuzione e 2000 negozi specializzati Bio, oltre che in ristoranti, mense scolastiche, bar ed erboristerie, GAS (Gruppi di Acquisto Solidale).

Il volume di acquisti di Altromercato in Commercio Equo e solidale si attesta complessivamente sui 12,3 milioni di euro, con 5,2 milioni di prefinanziamenti ai produttori, per consentire loro l’acquisto di materie prime e macchinari. Un milione il valore di acquisti relativi al Solidale Italiano Altromercato. Il volume delle vendite ammonta a 33,6 milioni di euro (dati aggiornati al 30/06/2018).

Nel 2018 Altromercato raggiunge un traguardo importante: compie 30 anni.