Il consigliere comunale di Verona Gianmarco Padovani si è reso protagonista nelle ultime settimane di alcune scelte politiche e personali che hanno cambiato gli equilibri all’interno di Palazzo Barbieri: dal gruppo politico dell’ex presidente di Agsm Michele Croce, Verona Pulita, il farmacista veronese è passato al Gruppo Misto prima, per approdare in Fratelli d’Italia pochi giorni fa. Al cambio di casacca in Comune è seguita anche la fuoriuscita, in aprile, dal sindacato di Federfarma Verona, di cui Padovani era consigliere. Lo abbiamo incontrato per capire i motivi di questi movimenti istituzionali.

Padovani, partiamo dal fatto più recente in ordine cronologico che la vede coinvolta e per il quale siamo qui oggi. All’inizio di giugno l’onorevole Ciro Maschio ha annunciato sulla sua pagina Facebook il suo ingresso in Fratelli d’Italia. Ci stava pensando da tempo, o ha ceduto alle lusinghe del partito politico guidato, a livello nazionale, da Giorgia Meloni?

Una scelta a cui pensavo da tempo. Ciò che ha ottenuto Giorgia Meloni, ne sono prova le ultime elezioni europee, mi ha aiutato a prendere una decisione. Fratelli d’Italia assurge ad essere la spina dorsale del nuovo centrodestra, fa da contenitore a nuovi mondi che potrebbero veramente fare grandi cose per la politica italiana, nella piena osservanza di quelli che sono i cardini del partito: la cultura e la tradizione. Sono dei patrioti proprio perché credono nella cultura e nella tradizione e questo, a me, va benissimo. Voto centrodestra da quando ho diciotto anni; adesso io mi riconosco perfettamente in Fratelli d’Italia a fronte anche di queste cose. Inoltre, l’onorevole Ciro Maschio è un amico da quindici anni; il capogruppo di Fratelli d’Italia, Leonardo Ferrari, è un amico da trenta, trentacinque anni, lo conosco fin da ragazzino, c’è una reciproca stima e affetto; il senatore Bertacco, che nelle sue deleghe politiche-sanitarie e sociali ha fatto con me i più  bei lavori del mio operato in Comune, e ho grossa stima dei colleghi consiglieri Drudi ed Adami con cui mi confronto abitualmente.

In comune, con lei, il numero di consiglierei di FDI sale a cinque, siete secondi solo alla Lega. Avete di fatto costituito e compattato un gruppo che ridisegna la mappa degli equilibri di Palazzo Barbieri. Quali sono gli obiettivi o le linee guida che vi siete dati o che sta condividendo da neoentrato?

L’essere neoentrato non mi permette di avere una completa condivisione di tutti quelli che sono gli obbiettivi, è indubbio che si spera, anzi si è certi, data la forte stima reciproca che ci accomuna, che si faranno delle grandi cose. Quando ci sono delle persone che sono amiche e si conoscono da così tanto tempo è innegabile che si possa assurgere a qualcosa di importante. Questo perché per me in politica, sebbene vada contro a delle opinioni comuni, amicizia e stima esistono e sono la spinta per ottenere delle grandi cose e degli ottimi risultati.

Facciamo un passo indietro: ad aprile la scelta, per sua stessa ammissione sofferta, di uscire dal Gruppo Verona Pulita con il contestuale ingresso nel Gruppo misto. Era stato un caso che la decisione fosse avvenuta dopo l’uscita di scena dell’avvocato Michele Croce da AGSM? Che peso aveva avuto quel fatto sulla sua azione politica e personale?

L’uscita di Croce dall’AGSM, uscita ancora di cui oggi mi dispiaccio, non ha nulla a che fare con la mia scelta politica, in quanto il dissapore personale che purtroppo si era creato, che immagino reciprocamente ci abbia fatto soffrire, era già da tempo esistente. Poi è stato affrontato nel momento che io ho reputato più opportuno, ma era già stato condiviso da diverso tempo, quindi un problema fondamentalmente di rapporti umani, ma seppur non condivida le scelte politiche dell’ultimo periodo, direi che per un 80 per cento il problema era assolutamente di tipo umano.

Lei era entrato in politica nel 2017 proprio con Verona Pulita, cos’ha imparato finora e, soprattutto, è una scelta che col senno di poi rifarebbe?

Gli ultimi tre mesi sono stati abbastanza difficili, proprio perché io sono destinato e ho intenzione anche di continuare a dare una notevole valenza umana alla politica. Il bilancio rimane comunque assolutamente positivo, perché ho avuto modo di imparare e di conoscere un mondo che non conoscevo ancora.

«Aprile dolce dormire», ma non certo per lei. Più o meno negli stessi giorni in cui lasciava il gruppo dell’avvocato Croce, lei è uscito anche dal consiglio di Federfarma. Ha dichiarato a mezzo stampa di averlo fatto per un forte dissenso con le modalità di gestione del direttivo. Ci può spiegare meglio?

Mi occupo di sindacato e, da trentacinque anni, mi occupo di sanità e di politica sanitaria, quindi è un campo in cui posso ritenermi competente. E così anche di sociale, perché la mia professione tende al sociale, al benessere, alla politica del benessere, ossia inteso come fare star meglio i nostri assistiti e i nostri clienti: prima nei giovani farmacisti, poi in Federfarma, che è il sindacato che tutela i titolari farmacia veronesi. Ho cominciato con il mio entusiasmo giovanile, che poi, purtroppo, nel corso degli anni, si è calmierato decisamente, in quanto c’è stata una vivace e forte incomprensione con la dirigenza. Sono  stati reiterati i tentativi di placare questo dissapore, che per altro è dovuto ad un personalismo notevole, ad un culto dell’apparire, che non ha nulla, secondo me, a che fare con la politica sindacale. Non ha nessuna importanza apparire sul giornale; i comunicati stampa vanno condivisi. I ripetuti tentativi di cui parlavo prima non sono serviti, la problematica si è esasperata e c’è un dissapore che è serpeggiante, prova ne è che la mia dimissione è stata seguita da altre cinque dimissioni. Il sindacato di Federfarma attualmente rimane ed è rimasto in piedi solo grazie ad alcuni colleghi che si sono rimboccati le maniche e hanno deciso di portare avanti, fino alla scadenza, questo sindacato e colgo l’occasione per ringraziare questi colleghi, perché il loro impegno è sicuramente notevole ed apprezzabile per tutta la categoria.

Qual è la sua visione del sindacato?

Federfarma è composto da undici persone. Io ritengo che il presidente abbia la stessa valenza dell’ultimo dei consiglieri, nel senso che undici persone permettono di essere in undici posti diversi; il consigliere debitamente formato sicuramente riesce a parlare, a esprimere ciò che pensa dell’attività professionale, così come il presidente. La condivisione deve essere all’interno del sindacato e la condivisione sindacale deve partire da un confronto quotidiano con la base, con la gente, con i colleghi. Io, infatti, propongo un continuo confronto con i colleghi di modo che si abbia una strategia comune e una volta consolidata, questa debba essere fissata finalmente a livello regionale, cosa che è stata assolutamente sconsiderata per vari motivi fino ad adesso.

La sua visione di farmacia?

Trovo assolutamente incomprensibile che un cliente, un paziente, un bisognoso proveniente da un paese montano, o un paese della provincia di Verona, debba arrivare all’ospedale per ottenere una tutela sanitaria. Soprattutto per quanto riguarda la cosiddetta prima istanza: il sangue, i trigliceridi, il colesterolo, la glicemia devono essere diagnosticati in farmacia, così come è inammissibile dover andare fino all’ospedale per avere un holter cardiaco, un holter pressorio. Ecco la farmacia deve ottemperare a tutto questo, è il presidio sanitario sicuramente più vicino all’assistito e come tale deve avere le capacità non solo di distribuire i farmaci, non solo di dare gratuitamente consigli preziosi, ma anche di garantire aderenza terapeutica alla prescrizione medica. Io sono un fautore dei servizio di farmacia, sono un fautore perché lo seguo da un sacco di anni e mi ha sempre affascinato.

L’attuale Consiglio scadrà dopo un mandato quinquennale nel 2020. Gianmarco Padovani sarà tra i protagonisti della nuova corsa elettorale?

Gianmarco Padovani sarà protagonista della nuova corsa elettorale nella misura in cui sarò certo di avere un gruppo di persone coese, che aspirino alla mia visione del sindacato e che portino, al contempo, visioni personali di confronto, visioni che permettono di elaborare insieme una strategia comune, che sia proficua non per sé stessi, ma per tutti i farmacisti delle duecentoquaranta e più farmacie di Verona.

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