Omicidio Barbara Capovani, la lettera aperta del presidente dei Medici veronesi Rugiu

Il presidente dell'Ordine dei Medici di Verona Carlo Rugiu scrive una lettera aperta in memoria della psichiatra Barbara Capovani, uccisa da un suo ex paziente.

Carlo Rugiu e Barbara Capovani
Il presidente dell'Ordine dei Medici di Verona Carlo Rugiu e la psichiatra Barbara Capovani

Riportiamo di seguito la lettera aperta del Presidente dell’Ordine dei Medici chirurghi e Odontoiatri di Verona Carlo Rugiu in memoria della psichiatra Barbara Capovani, secondo quanto ricostruito aggredita e uccisa da un suo ex paziente.

Il presidente Rugiu parteciperà alla fiaccolata di mercoledì 3 maggio a Pisa, organizzata dall’intersindacale medica della Toscana e dalla FNOMCeO per commemorare la dottoressa scomparsa. Con lui ci sarà anche la dottoressa Anna Tomezzoli, segretario dell’OMCeO di Verona.

LEGGI ANCHE: Vannacci lascia il posto a Borchia? Tosi contro Salis

In memoria della dottoressa Barbara Capovani

Lettera aperta del presidente Carlo Rugiu

Una nostra collega, la psichiatra Barbara Capovani, è stata brutalmente aggredita e uccisa da un uomo, pare fosse un suo ex paziente, che le ha teso un agguato all’uscita dall’ospedale di Pisa.

È un momento di incredulità e sgomento per la nostra categoria, nel quale, a nome di tutti i componenti dell’Ordine di Verona, esprimiamo il nostro cordoglio alla famiglia di Barbara e ai colleghi di Pisa.

La rabbia è il primo impulso che nasce spontaneo quando veniamo a conoscenza di questi episodi di violenza nei confronti di chi si occupa del benessere e della salute altrui. È ormai un fatto incontestabile e sotto gli occhi di tutti che i medici stiano diventando il capo espiatorio delle inefficienze della nostra Sanità pubblica. Il malcontento diffuso dell’utenza, esasperata per le interminabili liste d’attesa, per la difficile accessibilità ad un Servizio che è sentito giustamente come un diritto, ma che di fatto è spesso negato o concesso in tempi biblici, si ripercuote sugli operatori sanitari.

Questi ultimi sono identificati come responsabili dei disservizi, dei ritardi e delle complicanze del Servizio Sanitario Nazionale, mentre invece ne sono vittime. Sono loro ad affrontare turni massacranti per carenze croniche di personale e di risorse di ogni genere, a subire il continuo degrado organizzativo del Sistema e la demolizione della loro dignità professionale.

Una parte di utenti non percepisce tutto questo e, anzi, continua a considerare i medici come una casta, a pretendere tutto e subito e al massimo livello, anche se i mezzi non ci sono. Da questa scarsa considerazione e dalla mancanza di rispetto – oltre che da un diffuso aumento dell’aggressività, conseguenza non immediatamente riconosciuta della pandemia – scaturiscono con sempre maggiore frequenza impulsi irrazionali e violenti.

Svolgendo con passione e dedizione la nostra professione, ci aspetteremmo di essere ricambiati con affetto e riconoscenza dai nostri pazienti, eppure non sempre questo succede, come riferiscono anche le cronache di questi ultimi tempi. Allora, si verificano i casi della collega psichiatra di Pisa o della collega della Continuità assistenziale di Udine, aggredita durante il turno di lavoro. Episodi inaccettabili e vigliacchi, anche perché rivolti contro dottoresse, sempre più spesso in prima linea o esposte alla rabbia degli utenti.

Dobbiamo però superare il momento, sacrosanto, dell’indignazione. Chiediamo quindi, con fermezza, che le istituzioni diano risposte concrete a tutela dei professionisti della Sanità, perché non possiamo accettare che altri medici vengano uccisi sul luogo di lavoro. Parimenti, non va sottovalutato il fenomeno, già in atto da tempo, che sta portando alla desertificazione di alcune branche della medicina più esposte ai rischi della professione; se questo fenomeno imboccasse una strada senza ritorno, sarebbero gravissime le conseguenze sull’assistenza ad alcune categorie di pazienti.