Puliero, e un mondo che sta svanendo

Il cielo è tremendamente grigio sopra Verona, buio pesto nel cuore dei veronesi. Il 19 novembre 2019 è una data che segnerà per sempre la nostra città. Se n’è andato uno dei protagonisti contemporanei più illustri della veronesità, Roberto Puliero.

Ci hai lasciato in punta di piedi, a 73 anni, dopo un lungo periodo di malattia. Sei uscito di scena con eleganza, classe, intelligenza. Bistrattato negli ultimi anni, dopo che la tua voce, che ha emozionato milioni di cuori gialloblu, era stata considerata obsoleta, passata, non conforme agli standard commerciali (e così tristemente omologati) del mainstream mass-mediatico attuale.

Senza clamori particolari, senza sbattere le porte, ti eri messo da parte, soffrendone tantissimo. Lo sappiamo. A nulla è valso il tentativo degli ultimi tempi di rimetterti davanti al tuo microfono, per commentare di nuovo il tuo amatissimo Hellas. Ormai era troppo tardi.

«Le radiocronache mi hanno dato popolarità. – ci confessasti in un’intervista per Pantheon dieci anni fa – Costituiscono un fatto giornalistico, è vero, ma ho sempre cercato presentarle sotto forma di spettacolo: da anni incontro delle vecchiette che mi dicono “Puliero, non capisso niente de balon, ma me godo come na mata a sentirte”».

Eri così, genuino, vero, destrutturato e non contaminato da logiche e da strategie persuasive. Amavi rimanere nel mondo che dalla mia generazione e dalla tua generazione in su abbiamo tutti conosciuto: un mondo in cui si poteva sentire e distinguere il calore umano, dove le abitudini quotidiane, più lente, favorivano la nascita dei sentimenti, quelli veri, autentici, profondi. Sorrido ancora al pensiero che per essere contattato avevi a disposizione soltanto il numero fisso di casa. Avevi rifiutato l’idea di avere un cellulare, segno, pure questo, di un ancoraggio a un mondo, quello che abbiamo appena ricordato, che – ahi noi – sta sparendo. 

E che dire della tua Barcaccia, una creatura che hai diretto e amato e che proprio quest’anno ha festeggiato il mezzo secolo di vita.

«Quando recito non vorrei mai essere da un’altra parte, se non lì, davanti al nostro pubblico. – ci raccontasti sempre nella stessa occasione – Arrivo sempre in ritardo agli appuntamenti, ma in teatro mi preparo sempre due ore prima. Pulisco il palco, mi gusto lo spazio, spio la gente e parlo con loro; è il modo di comunicare che più mi si addice e che più mi entusiasma. Recitare è come sognare tenendo i piedi per terra: vivi un’altra vita, interpreti altri personaggi e li controlli… questa è una cosa che non esiste nel cinema o alla televisione».

E ancora: «Il teatro è una scelta di vita di cui non mi son mai pentito. Mi capita di recitare la parte del “paiasso” in alcuni spettacoli, per i quali vengo pagato, e bene, ma se dovessi scegliere, non avrei dubbi: farei sempre teatro».

Ti ho visto l’ultima volta sul palco della Gran Guardia il 12 aprile 2019, in occasione della serata Verona Blu, dedicata ai temi dell’autismo. Eri già sofferente, ma sei rimasto lì in attesa, fino a fine serata e anche oltre, dando l’ennesima prova della tua generosità, della tua verve e del tuo grande cuore.

E ci hai lasciato con un’interpretazione superba del tuo “L’Adese”.

Ci hai salutato a modo tuo, facendo teatro, come più ti piaceva fare.

Grazie di tutto Roberto.