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Il corpo di Kofi Boateng, 39enne di origini ghanesi, è stato trovato senza vita sabato sera ai giardini della Stazione di Porta Vescovo. Era conosciuto dai volontari della Ronda della Carità, che periodicamente gli portavano dei pasti caldi.

Viveva da tempo senza fissa dimora, una situazione di precarietà che l’ha accompagnato all’ultimo respiro, al freddo, su una panchina di fronte alla stazione. «È la quinta persona senza dimora che, in dodici mesi, perde la vita sulle nostre strade» è l’amaro bilancio di Alberto Sperotto, vicepresidente della Ronda della Carità.

Panchina che, poche ore dopo il ritrovamento, è stata data alle fiamme da ignoti. «Qual è il significato di bruciare una panchina dove una persona, morta il giorno prima, ci ha vissuto?» è l’interrogativo che pone, sempre via Facebook, Sperotto.

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La panchina, con i segni del fuoco

Un gruppo di persone si è dato appuntamento, oggi, per ricordare Kofi. Erano volontari e assistiti dell’associazione “Sulle Orme” di Fittà di Soave, e parrocchiani di Marcellise, con don Paolo Pasetto, responsabile della onlus che da anni accoglie persone in difficoltà.

«Non conoscevamo direttamente Kofi, ma quando succedono fatti come questo, toccano tutti» dice don Paolo. «E toccano da vicino chi si occupa di accogliere persone in difficoltà».

Oggi hanno voluto essere alla Stazione di Porta Vescovo per un momento di commemorazione, con canti e fiori. «Ciao Kofi», l’hanno salutato così.

«Dobbiamo tutti assumerci la responsabilità di quello che è successo. Cosa che, evidentemente, non abbiamo fatto ancora» aggiunge il sacerdote.

«Alle istituzioni chiediamo di non ridurre un fatto così grave a frasi già sentite come “non voleva andare nel rifugio”. Se anche fosse così, dovremmo chiederci perché, cosa sta dietro a una condizione di difficoltà come questa». La visione di don Paolo Pasetto chiede di superare la superficialità: «Dobbiamo costruire un rapporto con le persone che ci chiedono aiuto, non possiamo pensare che mettere un letto a disposizione possa risolvere tutto. Invece non siamo disposti a ripensare noi stessi, a cambiare le nostre strutture».

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