Pfas, oggi al via il processo a Vicenza

Prima udienza preliminare questa mattina per accertare le colpe di Miteni. Ne avevamo parlato pochi giorni fa nei nostri studi con Patrizia Zuccato, mamma no Pfas, in occasione dell’evento a tema salute e benessere “Come sta Verona?”.

Si è tenuta oggi la prima udienza preliminare sul caso di inquinamento da Pfas che vede coinvolta l’azienda Miteni, azienda di Trissino (VI) considerata la principale responsabile dell’inquinamento delle falde acquifere.

Proprio di Pfas avevamo parlato nei nostri studi con Patrizia Zuccato, del gruppo mamme no Pfas, in occasione del terzo appuntamento dell’evento a tema salute e benessere “Come sta Verona?” organizzato dall’Associazione Verona Network. Il gruppo delle mamme no Pfas si è costituito nei primi mesi del 2017 dopo che alcune analisi del sangue fatte sui loro figli  avevano rilevato valori anomali circa la presenza di queste sostante altamente tossiche.

Patrizia, sappiamo che l’inquinamento da Pfas tocca maggiormente altre zone, ma cosa possiamo dire per Verona?

Verona città non fa parte della del piano di sorveglianza che è stato indetto dalla Regione perché l’acquedotto che serve Verona non pesca dalla falda in cui sono presenti queste sostanze chimiche. Ci sono però tutta una serie di comuni della Bassa Veronese, come Bevilacqua, Legnago, Arcole e molti altri, che risultano coinvolti. Nell’ultima modifica al piano di sorveglianza, fatta a maggio 2018, è stata compresa anche una parte di San Bonifacio che prima non c’era. Le falde si muovono. Verona città in questo momento non è coinvolta ma non sappiamo quello che accadrà fra qualche anno e come quest’inquinamento andrà a incidere in tutte le zone circostanti.

Ci sono altri modi in cui l’inquinamento da Pfas può coinvolgere Verona?

Certo. Verona non è coinvolta a livello di falda, ma che cibi si mangiano a Verona? Sappiamo benissimo che l’acqua inquinata è usata anche da aziende agricole e da produttori per i irrigare i campi e abbeverare il bestiame: così i Pfas sono trasmessi alla carne e agli ortaggi che normalmente si acquistano. Per non parlare delle uova, sulle quali abbiamo trovato valori importanti di sostanze chimiche dall’analisi delle matrici alimentari. L’avvelenamento da Pfas si trasmette anche in questo modo.

Inoltre è bene chiarire che queste molecole, non presenti in natura, sono state create dall’uomo per rendere idrorepellenti tutta una serie di oggetti di uso comune. Carta da forno, pentole antiaderenti, contenitori che sono stati rivestiti con queste molecole per renderli idrorepellenti, sono tanti gli esempi. Per questo non possiamo dire che i cittadini di Verona siano completamente esenti da questa problematica.

Voi cosa state facendo in merito?

Qualcosina in questi anni l’abbiamo già ottenuto. Intanto la Regione Veneto ha abbassato i limiti di queste sostanze rispetto ai limiti nazionali. Ci sono dei filtri a carboni attivi che abbassano i livelli di queste sostanze e li avvicinano allo zero tecnico per quanto riguarda l’acqua dei nostri acquedotti. Va anche detto però che le molecole che vengono ricercate sono poche rispetto a quelle effettivamente presenti. Sappiamo che ce ne sono più di 4000, ARPAV in questo momento ne ricerca un quantitativo veramente basso.

Cosa chiedete? Cosa proponete per porre rimedio a questo inquinamento?

Innanzitutto vogliamo che vengano posti dei limiti a zero tecnico anche a livello nazionale, non solo a livello regionale. Poi vorremmo la bonifica del sito in cui sorgeva Miteni. L’azienda è fallita e se n’è andata lasciando tutto com’era: ora c’è una barriera idraulica per contenere l’inquinamento, ma la barriera idraulica non è una bonifica. E la bonifica, non essendoci più la società, va presa in carico da enti competenti che ci devono tutelare. Inoltre, vorremmo avere dati più specifici circa la geolocalizzazione delle matrici alimentari che sono state analizzate per capire da che zone provengono i cibi inquinati.

Ciò che davvero vorremmo si capisse è che queste sostanze potenzialmente pericolose per la salute dei cittadini devono prima essere analizzate e studiate e poi utilizzate. Serve fare produzione in maniera un po’ più consapevole, il profitto non può sempre essere al primo posto. Dobbiamo pensare anche a cosa lasceremo ai nostri figli, a cosa lasceremo alle generazioni future.

Quando nel 2013 il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) ha fatto lo studio sui bacini fluviali italiani dai quali è emerso il problema di inquinamento ha informato solamente gli enti preposti. Lo sapeva la sanità, lo sapeva la Regione, lo sapevano le Province, lo sapevano gli enti acquedottistici. Tutti nel 2013 lo sapevano ma a noi cittadini non l’hanno detto. Io avrei potuto decidere di non aprire più rubinetto per bere acqua e per far da mangiare a mia figlia, avrei potuto prendere precauzioni.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.