Morti sul lavoro, 607 vittime in Italia nei primi 7 mesi del 2025: in Veneto +70%

Redazione

| 05/09/2025
Crescono le morti bianche: 437 in occasione di lavoro e 170 in itinere. Il Veneto, con 63 decessi, è la seconda regione più colpita dopo la Lombardia.

Il dramma delle morti sul lavoro non accenna a fermarsi, nemmeno nei mesi estivi. Nei primi sette mesi del 2025, in Italia, si contano già 607 decessi legati ad infortuni professionali: 437 avvenuti in occasione di lavoro e 170 in itinere, cioè nel tragitto casa-lavoro. Il bilancio è ancora in crescita rispetto allo stesso periodo del 2024: +30 vittime (+5,2%).

Particolarmente allarmante è la situazione del Veneto, che registra un incremento del 70,3% rispetto al 2024. Sono 63 i lavoratori che hanno perso la vita da gennaio a luglio (contro i 37 dello scorso anno). La regione rimane la seconda in Italia per numero assoluto di vittime, preceduta solo dalla Lombardia.

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L’analisi dell’Osservatorio Vega di Mestre

«L’immagine è drammatica – commenta Mauro Rossato, Presidente dell’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega – perché i lavoratori continuano a pagare un prezzo altissimo, spesso senza un’adeguata formazione. È evidente che servano più investimenti nella prevenzione e nella tutela».

Secondo l’Osservatorio, a livello nazionale la stabilità delle morti in occasione di lavoro (3 in meno rispetto al 2024) contrasta con l’aumento degli incidenti in itinere (+24,1%). «L’emergenza continua – aggiunge Rossato – perché non si riesce a incidere sulle cause che si ripetono con le stesse modalità».

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La situazione in Veneto

Nel dettaglio, Verona è la provincia con il maggior numero di decessi (16), seguita da Padova (12), Vicenza e Venezia (11), Treviso (9), Rovigo (3) e Belluno (1). Vicenza e Verona guidano la classifica delle morti in occasione di lavoro (9 ciascuna).

La mappatura del rischio elaborata dall’Osservatorio colloca il Veneto in zona arancione, con un’incidenza di 19,3 morti per milione di occupati (media nazionale: 18,3). All’interno della regione, Rovigo (30,1) e Vicenza (23,1) sono in zona rossa; Verona (20,7) e Venezia (19,0) in zona arancione; Padova (18,0) e Treviso (14,9) in zona gialla; solo Belluno in zona bianca (11,1).

A livello di denunce di infortunio, Verona è ancora maglia nera con 8.457 casi, seguita da Padova (8.382) e Vicenza (7.910).

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L’Italia delle morti bianche

Insieme al Veneto, le regioni con il maggior numero di vittime restano Lombardia, Campania e Sicilia. Le aree più a rischio in proporzione alla popolazione lavorativa si trovano invece in zona rossa: Basilicata, Umbria, Campania, Sicilia, Trentino-Alto Adige e Puglia.

Il settore più colpito a livello nazionale è quello delle Costruzioni (67 decessi), seguito da Attività Manifatturiere (59), Trasporti e Magazzinaggio (57) e Commercio (42). In Veneto, invece, il primato negativo spetta alle Attività Manifatturiere (7.699 denunce), seguite dalle Costruzioni (2.651).

Identikit delle vittime

Le fasce d’età più a rischio restano quelle più avanzate: l’incidenza più elevata si registra tra gli over 65 (61,4 morti per milione di occupati) e tra i lavoratori tra i 55 e i 64 anni (29,1). Numericamente, proprio quest’ultima fascia conta il maggior numero di decessi in occasione di lavoro: 155 su 437.

Aumentano anche le vittime tra le donne: 54 nei primi sette mesi del 2025 (+15% rispetto al 2024). Cresce inoltre la quota di lavoratori stranieri deceduti: 131 a livello nazionale (93 in occasione di lavoro e 38 in itinere), dei quali 25 solo in Veneto. Il rischio di morte per gli stranieri risulta più che doppio rispetto agli italiani (37,0 morti per milione di occupati contro 16,1).

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I giorni più pericolosi

Il lunedì si conferma il giorno più rischioso della settimana (23,3% degli incidenti mortali), seguito dal venerdì (19,7%) e dal mercoledì (16,5%).

Un fenomeno che non cala

Nonostante una lieve diminuzione delle denunce totali di infortunio in Italia (da 350.823 del 2024 a 349.444 nel 2025), il numero delle vittime resta stabile o addirittura in crescita.

Un quadro che, secondo l’Osservatorio di Mestre, dimostra la difficoltà del Paese a ridurre un fenomeno che continua a ripetersi con tragica regolarità.

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