Morfina a neonato, l’infermiera torna a casa

Ha ottenuto gli arresti domiciliari ieri l’infermiera accusata di aver somministrato della morfina ad un bambino tra il 19 e il 20 marzo scorso nel reparto di Pediatria neonatale dell’ospedale di Borgo Roma.

 

Cammina verso la serenità, agli arresti domiciliari, l’infermiera accusata di aver somministrato una massiccia dose di morfina ad un neonato nella notte tra il 19 e il 20 marzo nel reparto di Pediatria neonatale dell’ospedale di Borgo Roma.

È uscita dal carcere proprio ieri, dopo la decisione del giudice Giuliana Franciosi di accogliere l’istanza dell’avvocato Massimo Martini di concedere una misura meno pesante alla donna. “La priorità era far uscire la mia assistita dal carcere, spostandola in un luogo più tranquillo”, ha riferito l’avvocato. Saranno gli approfondimenti a dare una risposta più chiara alle indagini.
Il bambino, dopo un blocco cardio circolatorio, era tornato alla normalità e sta bene. E comincia a stare meglio anche lei, la donna che quella notte aveva in affidamento il bimbo nato prematuro a soli 8 mesi, ma perfettamente sano.

A non coincidere sarebbero però i tempi, in quanto la morfina per via orale impiegherebbe circa mezz’ora ad entrare in circolo. Eppure il neonato è stato male a mezzanotte e quindi la crisi sarebbe avvenuta proprio in concomitanza con la somministrazione, stando alle contestazioni della difesa. Infatti l’infermiera avrebbe avuto l’ultimo contatto con il piccolo solo alle 2130.

Per quanto riguarda la diagnosi, invece, quella azzeccatissima risposta ai sintomi del neonato, come si spiegherebbe? Sarebbe un’esperienza di diversi anni in Psichiatria ad aver salvato il bambino.

Il torace bloccato e gli arti molli, due sintomi che avrebbero subito fatto pensare all’infermiera al naxalone, un potente inibitorio degli oppiacei. Ma allora sorge un’altra domanda: l’utilizzo di morfina per calmare i neonati era una prassi nel reparto? Si avvale della facoltà di non rispondere Federica Vecchini, che però tiene anche a precisare quanto l’accesso alla morfina da assumere per via orale non fosse così rigidamente controllata come per quella via endovenosa.

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