Spiega Monica Venturi, psicologa, tra le ideatrici del progetto S.P.A., acronimo di “Spazio per Pazienti e Accompagnatori”: «È un progetto ideato da me e da altre due colleghe, anch’esse psicologhe, la dottoressa Chiara Stizzoli e la dottoressa Elisa Veneziani».

«Si tratta di incontri di gruppo – che si sono attualmente spostati su Zoom viste le restrizioni attuali – in cui condividiamo tematiche inerenti ai vissuti difficili di persone che si trovano a vivere una malattia oncologica. Assieme a loro, la condivisione avviene anche con gli accompagnatori, non solo i familiari più stretti, ma anche gli amici e le persone che se ne prendono cura e li accompagnano. Ci sono spesso difficoltà di comunicazione tra i due target, ci è sembrato quindi importante che questi gruppi avvenissero nella compresenza di entrambe le figure, in modo che ci possa essere un confronto e l’obbiettivo ultimo è quello di sentirsi meno soli nel vivere la malattia».


«Ci tengo a ringraziare chi ha reso possibile questo progetto dal punto di vista finanziario: la Pietro Casagrande Onlus, e per il supporto organizzativo e pratico del convivio da parte dell’azienda ospedaliera di Verona, in particolare il Day Hospital oncologico di Borgo Roma».

La psicologa racconta poi come i pazienti oncologici stanno vivendo questa situazione: «Per loro è davvero una situazione complessa e di forte emotività, perché i pazienti oncologici fanno parte di quella categoria di persone ad alto rischio per la loro salute, sono persone molto vulnerabili che sentono in questo momento un’ulteriore minaccia alla propria vita, oltre a quella del tumore stesso».

«È un’anticipazione di morte che crea ansia e paure: per paura di contatto con le altre persone, può avvenire di isolarsi dagli altri, per paura del contagio, ma anche nelle quotidiane visite ospedaliere di controllo piuttosto che durante le terapie, durante le quali queste persone non possono più essere accompagnate. In un momento di fragilità, in un momento di vita in cui il tempo cambia – si parla più spesso del tempo che ci resta da vivere – in alcune prognosi ci ci si ritrova soli, quando magari quello che vorremmo è il sostegno dei familiari e di chi ci sta vicino. Da una parte si ha paura che a casa ci possano contagiare mentre in ospedale, nel momento delle visite importanti, ci si ritrova soli per le limitazioni giustamente in atto all’interno delle aziende ospedaliere. La solitudine può aumentare e può causare anche tristezza e rabbia».

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Prosegue Monica Venturi: «Anche gli accompagnatori sono un target che ci sta a cuore, in questo periodo parlano tanto anche di “responsabilità schiaccianti” verso le persone malate e che vogliono proteggere: la paura di vederli, di poter essere causa di un male prematuro, oltre al tumore, e quindi un senso di colpa se si continua a seguire anche una vita, nelle limitazioni possibili. Il senso di colpa diventa più acuto e così anche l’impotenza di controllare tutto ciò che accade intorno, sentirsi responsabile nel proprio piccolo ma impotente comunque di controllare l’entità più grande che può far male alle persone cui si vuole bene».

Gli incontri si tengono ogni lunedì su Zoom, dalle 18 alle 19.30, e l’ultimo incontro, costituito da testimonianze, si terrà venerdì 18 dicembre. Aperti a tutti, su prenotazione, scrivendo a progettocondivisione.oncologia@gmail.com.