Il mio mestiere? Pedinare gli italiani e le loro debolezze. L’intervista a Carlo Verdone

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Carlo Verdone è stato l’ospite d’eccezione del Love Film Fest 2017. Sabato 11 febbraio l’attore e il regista romano, mito indiscusso del cinema italiano, ha incontrato un pubblico entusiasta alla Gran Guardia, prima della proiezione del suo film Maledetto il giorno che t’ho incontrato, pellicola che ha vinto cinque David di Donatello, due Globo d’Oro, un Ciak d’oro e un Premio Flaiano. Noi l’abbiamo intervistato.

Di Valentina Bazzani

L’amore, raccontato in modi diversi, è il filo conduttore di moltissimi dei suoi film. Cosa rappresenta per lei?

È sempre una sorta di conflitto. Se non c’è ostilità tra me e il personaggio femminile, il film non scatta. Facendo commedia l’amore deve avere degli scontri veri, divertenti, seri. Tanti miei film cominciano con una grande antipatia iniziale, poi l’amicizia e infine l’innamoramento. Personalmente rendo meglio quando sono messo all’angolo da una donna. Per un comico è faticoso parlare di amore; credo però di averlo raccontato nelle sue criticità attraverso vari decenni: le separazioni, i dubbi, il piattume della coppia.

Riuscendo a cogliere anche molti aspetti della fragilità umana…

Penso di essere stato un attento pedinatore degli italiani e del costume della nostra società. In gran parte dei miei film ho raccontato con sincerità gran parte delle nostre debolezze.

Come nascono le sue storie?

È necessario apprezzare anche i dettagli e le sfumature del quotidiano, anche in momenti complicati come quello che stiamo vivendo. Cerco di  sfruttare la giornata vivendo il mio quartiere e la gente: osservo le persone, ascolto, studio. Fino a quando avrò questa passione, continuerò a raccontare. È importante stupirsi continuamente e amare la vita! Noi scrittori dobbiamo diventare una sorta di antidepressivo naturale.

Il film più importante per la sua carriera?

Maledetto il giorno che t’ho incontrato rappresenta una svolta significativa che mi ha permesso di diventare conosciuto a livello nazionale e internazionale. La sceneggiatrice Francesca Marciano mi ha introdotto in un sentiero raffinato; ho avuto un’ottima partner, Margherita Buy. In quel film ho rappresentato me stesso: le medicine, (ricordo che non sono un ipocondriaco, ma un appassionato di farmaci. Alla sera me li studio tutti, mi hanno dato una laurea honoris causa in medicina!) la passione per Jimmy Hendrix, l’amore per l’Inghilterra, le mie fragilità. Insieme a Compagni di scuola lo ritengo uno dei film più importanti nel mio percorso artistico.

Quanto sono importanti per lei le radici?

Ho avuto una famiglia splendida, la fortuna di vivere al massimo i pittoreschi anni ’60 a Roma e capire l’ironia della gente. In quel contesto ho cominciato a studiare diversi personaggi: il ciabattino, il fornaio, il calzolaio.

Quando ha capito che questa passione sarebbe divenuta una professione?

All’epoca non avrei mai pensato di fare l’attore, ero una persona estremamente timida. Mia madre l’aveva capito, rideva tanto quando facevo le imitazioni e sapeva captare certi dettagli. Le facevo delle voci particolari e, cogliendo la psiche del personaggio, andavo avanti con dei discorsi ipotetici. Era il lontano 1971 e ci esibivamo in una gelida cantina, un posto angusto e freddissimo. Una sera si ammalarono quattro attori e quel giorno decisi di sostituirli tutti io!

I primi passi come regista invece?

Quasi laureato in storia delle religioni, cambiai la tesi all’ultimo minuto quando Rossellini mi prese alla scuola del centro sperimentale di cinematografia. Su suggerimento di mio padre, docente di storia e critica del cinema, affrontai una tesi sull’influenza della letteratura italiana nel cinema muto del nostro Paese. In quegli anni cominciai a sperimentare. Mia madre mi spinse a fare qualcosa di importante in un piccolo teatro underground, il Teatro Alberichino. Mi vide Enzo Trapani, che mi portò a Torino a fare “Non stop”. Avevo 28 anni e mi chiamò Sergio Leone: «Ti ho visto in tv ma non ho ancora capito perché mi fai ridere! Hai un mondo tutto tuo, vediamo se riusciamo a fare un film». Per sei mesi tutte le mattine andai a lezione da Sergio Leone che aveva scommesso su un giovane come me.

Com’è lavorare con lei?

Quando giro un film sono molto concentrato, non sopporto gli orari lunghi. Comincio la mattina presto, acceleratore spianato e idee chiare. C’è sempre allegria sul set, non mi piace chi urla: ci dev’essere un bel clima per lavorare bene.

Il personaggio al quale è più legato?

Non c’è un personaggio al quale mi sento particolarmente legato, ci sono delle situazioni in alcuni film che mi sono piaciute particolarmente. Certamente mi ha divertito Ivano, il bullo di Viaggi di nozze, un grande personaggio.

Ha mai pensato di girare un film a Verona?

Certo, mi piacerebbe molto in futuro poter girare una pellicola tra Verona e Brescia. Fino ad ora non c’è stata l’occasione, ma primo poi succederà!