Maltrattamenti all’asilo: «Ai genitori direi: non è colpa tua». L’intervista a Ilaria Maggi

di Alessandro Bonfante

| 02/03/2026
Torniamo sul delicato tema dei maltrattamenti all'asilo nido di Verona con Ilaria Maggi, che trasforma un dramma personale – il caso Cip Ciop di Pistoia – in una missione di tutela per i minori e le famiglie.

La città di Verona è stata scossa recentemente da una vicenda di cronaca estremamente delicata: i presunti maltrattamenti avvenuti in un asilo nido in zona Filippini. In un clima di forte preoccupazione per le famiglie, la puntata di “D Giovedì” del 19 febbraio – il format contenitore in onda ogni giovedì alle 21 su Radio Adige TV – ha dedicato lo spazio di approfondimento “Un quarto d’ora con…” a questo tema.

Ospite in collegamento Ilaria Maggi, Presidente dell’associazione “La Via dei Colori ONLUS, che ha raccontato la propria esperienza. La sua storia inizia nel 2009 con il caso dell’asilo “Cip Ciop” di Pistoia, dove scoprì che il figlio era tra le piccole vittime di abusi.

Da quello “tsunami” personale è nata una missione: tutelare i minori e supportare le famiglie e i professionisti del settore educativo.

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Guarda l’intervista con Ilaria Maggi

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Una sintesi dell’intervista

Cosa prova un genitore quando riceve una telefonata che lo avvisa che le maestre dell’asilo di suo figlio sono state arrestate?

Io lo chiamo sempre “lo tsunami”, ormai è diventato il mio modo di dire, perché credo che rada al suolo ogni certezza sotto tanti punti di vista. Non vacilla solo la sicurezza come madre – perché come genitore tendi ad affidarti alla struttura che scegli – ma anche come cittadina e come essere umano. Uno dei problemi più grandi, che spesso impedisce di rendersi conto di piccoli segnali, deriva proprio dal fatto di non ritenere neanche ipotizzabile che una cosa simile possa accadere a noi. Questa è la cosa che ci mette più in pericolo: pensare che, siccome la struttura è autorizzata e accreditata, sia essa pubblica o privata, sia “buona”. Se andiamo da un medico o dobbiamo scegliere una macchina facciamo mille ricerche; quando scegliamo il nido, invece, diamo per scontato che le figure professionali facciano bene il loro lavoro. Ma siamo tutti esseri umani, anche gli educatori e le insegnanti.

In diverse occasioni lei ha parlato di un “tradimento del patto educativo”. Cosa intende esattamente?

Nel momento in cui si affida la propria creatura a un contesto educativo, si stringe un contratto con la struttura, a volte anche legale, ma soprattutto un patto educativo tra scuola e famiglia. Scegliamo una modalità e un protocollo con cui condividere la responsabilità di questa persona. All’interno di un contesto educativo vige l’obbligo di tutela e promozione del benessere psicofisico del bambino. Quando non solo non tuteli, ma addirittura impatti negativamente su questo benessere, si verifica un vero tradimento dell’accordo che avevamo prefissato.

Dalla sua esperienza personale è nata “La Via dei Colori ONLUS”. Quali sono i servizi che proponete e quali i dubbi principali di chi si rivolge a voi?

Il servizio principale che cerchiamo di mantenere sempre attivo, nonostante le difficoltà che le associazioni vivono basandosi sulle donazioni, è il numero verde. Offriamo un supporto di primo livello a familiari di piccole vittime o a insegnanti che hanno dubbi su ciò che accade nella loro struttura. A queste persone offriamo gratuitamente una valutazione. Spesso i genitori ci contattano dicendo: «Mio figlio è cambiato, non lo riconosco più», oppure «È diventata taciturna», o ancora «Ha ricominciato a farsi la pipì addosso». Spesso notano che questi sintomi sono contestuali alla frequenza scolastica, magari sparendo durante le vacanze di Natale per poi tornare a gennaio. Noi forniamo gli strumenti per raccogliere le informazioni rilevanti e valutare se ci sia una criticità minore, magari legata a un’incapacità gestionale, o una criticità maggiore che richieda una denuncia in Procura. Abbiamo creato una rete di professionisti – legali e psicodiagnosti – specializzati sul trauma minorile in ambito educativo, per evitare quegli intoppi e ritardi che spesso derivano dal confondere questi reati con la violenza di genere.

Una volta colti dei “campanelli d’allarme”, come si fa a capire se siamo davanti a una vera emergenza? Quali sono i primi passi da compiere senza “partire in quarta”?

È importante tenere presente che ogni campanello d’allarme ha un minimo comune denominatore: il cambiamento. Un cambiamento tendenzialmente improvviso e apparentemente immotivato. Può essere il bambino che smette di mangiare o, al contrario, quello inappetente che inizia ad abbuffarsi. Certo, i motivi possono essere tanti – i denti che crescono, i litigi tra genitori – ma dobbiamo osservare tutto. Io cito sempre serie come “CSI” o “Criminal Minds” e suggerisco di fare come quelle lavagne dove si ricostruisce la timeline del caso. Bisogna mettere in ordine cronologico tutto ciò che ci lascia nel dubbio: racconti, informazioni dalla struttura, messaggi sui gruppi WhatsApp dei genitori, o regressioni come il rifarsi la pipì addosso o l’uso di metodi violenti con i fratellini. Se questi problemi aumentano o peggiorano dopo un ambientamento inizialmente sereno, o se scompaiono durante le vacanze, allora dobbiamo “alzare le antenne”.

Oltre ai segnali dai bambini, quali sono i campanelli d’allarme che un genitore può cogliere direttamente dalla struttura o dalle insegnanti?

Dovremmo allenare la nostra consapevolezza. L’osservazione è fondamentale per la prevenzione. Più che fare domande dirette come «Date punizioni?», alle quali nessuno risponderebbe onestamente, è utile osservare l’attenzione che la struttura dà alla sicurezza e il modo in cui le insegnanti parlano. Io suggerisco ai genitori di chiedere: «Cosa succede se un bambino non vuole mangiare o non vuole fare il riposino?». Non conta solo la risposta, ma la modalità con cui viene data. Se l’insegnante risponde in modo scorbutico o frettoloso, senza spiegare il processo pedagogico dietro a una scelta, è un segnale. Ci sono situazioni in cui i genitori non sanno neanche il cognome delle maestre; se alla richiesta di sapere con chi si sta parlando c’è una reazione rigida, bisogna riflettere. La fiducia va coltivata giorno dopo giorno sul campo; non può essere data o tolta a tavolino. Se il primo giorno ti dicono: «Dovete darci fiducia, altrimenti quella è la porta», ecco, forse è il caso di guardare bene quella porta.

In questi giorni a Verona è partita una petizione per chiedere telecamere nei nidi. Lei cosa ne pensa? Sono uno strumento di prevenzione o lasciano il tempo che trovano?

Io sono assolutamente a favore delle telecamere come ausilio d’indagine, ma sottolineo: ausilio d’indagine, non prevenzione. Se ne parlava già nel 2008, prima dell’arresto delle maestre di mio figlio. Una telecamera registra qualcosa che sta già succedendo: può aiutare ad arrestare il colpevole, ma non è preventiva. Pensiamo alla “shaking baby syndrome” (la sindrome del bambino scosso): bastano cinque secondi per creare danni cerebrali irrimediabili o provocare la morte. Anche se fossimo davanti a un monitor, non avremmo il tempo di intervenire. Inoltre, abbiamo gestito casi in cui le telecamere erano presenti ma venivano girate prima di compiere maltrattamenti, o casi in cui sono diventate un boomerang per le indagini. C’è poi l’effetto “Grande Fratello”: dopo dieci minuti ci si dimentica di essere ripresi. Chi arriva a certi livelli di violenza spesso non sa gestire la propria frustrazione; non è che se lo minacci di denuncia impara improvvisamente a comportarsi bene. Le telecamere possono persino abbassare la soglia di attenzione dei genitori, come un baby monitor che smette di funzionare. Io voglio una soluzione preventiva: vorrei che mio figlio non avesse mai vissuto quello che ha passato e che si trascina ancora oggi a 19 anni. Non mi interessa vederlo registrato, mi interessa che non succeda.

Cosa direbbe a un genitore che sta vivendo questo dramma proprio in questi giorni?

A rischio di non essere compresa da nessuno, eccetto che da quel papà o da quella mamma, vorrei dire – e se mi commuovo chiedo scusa –: non è colpa tua. Non è colpa tua, non è colpa tua.

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