Lorenzoni: «Le imprese venete oggi sono una preda facile. Dobbiamo tornare protagonisti»

Il candidato alle prossime elettorali del centrosinistra: «Quando tutti i centri decisionali sono all’esterno saremo ridotti a meri clienti o manovalanza. Di fatto, saremo sacrificabili»

Arturo Lorenzoni

«Il Veneto deve tornare a essere protagonista. Oggi purtroppo è una preda. Dalle multiutility alla logistica, dalle banche alle assicurazioni, la politica regionale degli ultimi 10 anni non ha vigilato e non ha stimolato una risposta interna alle pressioni del mercato. Oggi i centri decisionali sono a Milano, Bologna, Roma. Quando tutti luoghi in cui si prendono le decisioni non hanno relazione diretta con il territorio, gli interessi del territorio stesso non possono essere tutelati». Il candidato del centrosinistra alle elezioni regionali, Arturo Lorenzoni, è molto preoccupato per la situazione. «L’ultima vicenda, di Cattolica a Verona, è l’esempio di una politica che non tutela le imprese del territorio, i gruppi storici, non difende il lavoro e i risparmi dei veneti. Proseguendo così resteremo solo come clienti o manovalanza al servizio di poteri esterni. Saremo deboli e sempre più sacrificabili».

«Dopo la sciagurata esperienza delle banche venete, c’è stato l’esodo delle multiutility con il controllo sempre più delegato all’esterno del Veneto. L’ultimo episodio è questo di Cattolica, improvviso e non concordato con gli oltre 18 mila soci», ricorda Lorenzoni.

«È importante preservare la presenza di imprese storiche e la fiducia dell’azionariato diffuso che ha affidato i propri risparmi a un’azienda locale. Si rischia di dissipare un capitale di fiducia e si rischia di mettere in pericolo moltissimi posti di lavoro, quasi duemila e di far perdere la radice identitaria delle imprese sul territorio. Mi auguro che questa partita possa evolvere diversamente, che si torni a diventare attrattivi degli investimenti privati. La tradizione di un popolo laborioso che ha fatto del risparmio la propria forza deve diventare una leva del nostro sistema finanziario. Dobbiamo smetterla di essere prede, e tornare protagonisti, nel rispetto dei lavoratori e di tutti i soci che non meritano di veder trasformare la società in cui hanno investito con una delibera votata da meno del 6 per cento dei soci».