Lavoro in nero e favoreggiamento dell’immigrazione: quattro arresti

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È stata portata a termine l’indagine della Guardia di finanza di Verona che ha dato esecuzione, tra le province di Verona, Treviso e Udine, a quattro misure cautelari disposte dal gip di Verona. L’indagine ha coinvolto in totale 11 persone (di nazionalità italiana e marocchina) accusate di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina attraverso la produzione di documentazione fittizia, sfruttamento del lavoro, riciclaggio e auto-riciclaggio di proventi illeciti.

Le indagini sono state avviate dalla Compagnia di Legnago dopo un’attenta analisi di aziende attive nel settore della fornitura di manodopera. Sono emerse anomalie nella gestione di una ditta individuale che risultava aver assunto oltre 300 persone nel periodo 2014-2016 e che nel 2017, pur avendo cessato la propria attività, continuava a far figurare l’assunzione di cittadini extracomunitari.

Le false assunzioni servivano a favorire la permanenza in Italia di cittadini extracomunitari che per ottenere la falsa assunzione dovevano sborsare fino a 400 euro. Le indagini si sono estese ad altre due aziende per un totale di oltre 500 fittizie assunzioni. La Finanza ha individuato due studi di consulenza del lavoro di Vicenza e Padova attivi nella produzione della documentazione falsa (contratti di lavoro, buste paga create ad hoc modificate) utilizzata per regolarizzare gli stranieri.

Le aziende coinvolte nell’indagine, di fatto, utilizzavano solo una minima parte degli stranieri assunti (circa 50), reclutando per lo svolgimento della propria attività altri clandestini (oltre 100) che, sotto-pagati o talvolta non pagati, venivano impiegati come forza lavoro in aziende agricole e zootecniche, dislocate principalmente nel Veronese. L’indagine ha portato alla luce una frode fiscale un mancato versamento ai fini previdenziali per un totale di oltre un milione e 200mila euro.

Il sodalizio, guidato dal legale rappresentante di una società fornitrice di manodopera, nei cui confronti è stata eseguita l’ordinanza di misura cautelare (arresti domiciliari), si serviva di «caporali» di origine marocchina, di cui tre sottoposti all’obbligo di dimora nel Comune di residenza e di presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria, che avevano il compito sia di sorvegliare gli stranieri assunti dalle aziende (alloggiati in strutture fatiscenti e in condizioni di degrado), sia di ingaggiare, all’occorrenza, ulteriori clandestini da impiegare nelle proprie attività.