In Consiglio Comunale a Verona una seduta speciale sul Giorno della Memoria
Redazione
Si è svolta nel pomeriggio di ieri, per il secondo anno consecutivo, la seduta di Consiglio comunale aperto dedicata al Giorno della Memoria. Un momento di riflessione e di approfondimento promosso dall’Amministrazione in occasione dell’anniversario della Liberazione del Campo di Concentramento e Sterminio di Auschwitz-Birkenau ad opera dei soldati sovietici dell’Armata Rossa, portando alla luce gli orrori del genocidio nazista.
La seduta di ieri ha ospitato gli interventi di Eugenio Iafrate, vicepresidente dell’Associazione Nazionale ex Deportati nei Campi nazisti (ANED) Sezione di Verona, Roberto Israel, Consigliere Nazionale e Coordinatore delle attività di Verona dell’Associazione Figli della Shoah, Luca Fontana, Gen. B. (aus.) presidente Assoarma Verona e Daria Lucia Gabusi, docente del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università di Verona.
«L’Italia, l’Italia fascista, entra in guerra nel luglio del ’40 e apre subito campi di concentramento per oppositori politici sia nel nostro Paese che in alcune isole della Slovenia e dell’attuale Croazia, dove accaddero delle cose molto brutte – ha spiegato Eugenio Iafrate –. Dopo l’armistizio dell’8 settembre iniziano le deportazioni. Secondo alcuni archivi tedeschi, circa un milione di militari italiani vengono disarmati su tutto il fronte italiano, e internati. Verranno poi i deportati politici, circa 33-34mila oppositori vari, appartenenti ai partiti politici dell’epoca. L’ANED viene fondata nel settembre del ’45 da alcuni superstiti nello ospedale della Croce Rossa Italiana a Torino. Nel tempo si è sempre occupata prima dell’assistenza dei superstiti, dei familiari dei caduti e poi di onorare la memoria di quanto era successo. È chiaro che oggi le cose sono cambiate. Dei superstiti si parla sempre meno. Ma la memoria deve restare viva. In particolare nelle nuove generazioni».
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«Quando la memoria della Shoah diventa strumento di polemica politica contemporanea, trasformando questa Giornata di raccoglimento in uno spazio di scontro teorico e dottrinale, significa che per più di vent’anni non si è voluto condividere il senso di quest’importante commemorazione, che ferisce una memoria ancora viva – ha precisato Roberto Israel –. Ci troviamo di fronte a una presunta resa di conti ideologica e faziosa che offende il dovuto ricordo delle vittime della Shoah e non aiuta a capire il nostro presente e i drammi del contesto internazionale. Questo rischio appare particolarmente sensibile in un contesto già fortemente polarizzato, generando fraintendimenti sulla posizione simboliche che non aiutano né la comprensione del passato né il dibattito sul presente. Il Giorno della memoria è una ricorrenza dotata di un significato storico e simbolico preciso, non solo la commemorazione delle vittime della Shoah, ma anche la riflessione sulla responsabilità politica, istituzionale e sociale del nazismo, del fascismo e dei loro collaboratori nella persecuzione dello sterminio. Il mai più che nasce dalla memoria della Shoah non trae forza dall’essere applicato a eventi diversi, ma dal riconoscimento rigoroso di quanto è avvenuto».
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«La vicenda degli IMI, Internati Militari Italiani, questa la definizione coniata dai tedeschi – ha spiegato Luca Fontana – ha inizio all’indomani dell’8 settembre ‘43, quando all’annuncio dell’armistizio è iniziato da parte tedesca il rastrellamento, il disarmo e la deportazione di tutti i militari che non scelsero di aderire alla Repubblica Sociale. Furono utilizzati nei campi, nei boschi, nelle miniere e nell’industria pesante sopportando angherie e privazioni; la maggior parte degli italiani si oppose e rifiutò la nuova condizione, molti perirono, soprattutto nei primissimi giorni, tuttavia, grazie al coraggio e alla tenacia di perseguire una resistenza silenziosa e oscura, oltre il 90% degli Internati poterono far rientro in Patria alla fine del 1947».
«Il Giorno della Memoria ricorre quest’anno in un momento storico molto fosco – ha sottolineato Daria Lucia Gabusi –, nel quale osserviamo, pressoché attoniti e impotenti, a quotidiani e inconcepibili sfregi al diritto internazionale, alla restrizione di diritti civili che ritenevamo universalmente acquisiti, all’emersione di nuove forme di razzismo xenofobo, di nazionalismo etnocentrico, di imperialismo, di fanatismo religioso. Da una parte, riaffiorano pericolosamente le retoriche pubbliche del primato, della supremazia e della grandezza, si torna a legittimare la guerra come strumento di soluzione dei conflitti. Si riprende a dibattere, ancorché in termini difensivi, di politiche di riarmo. Dall’altra parte, continua a espandersi un altrettanto pericoloso orizzonte culturale teso all’oblio dei fatti storici, alla loro negazione, alla loro mistificazione. Un orizzonte che ci vede immersi nel fenomeno sociale del presentismo, dell’egemonia assoluta del presente, annegati nell’era digitale, nell’era della post-verità, dove non tutti possiedono adeguati strumenti critici per discernere, per distinguere la manipolazione della realtà. Appare perciò oggi sempre più necessario agire per generare, proprio nei “momenti forti” del calendario civile repubblicano, uno sforzo personale e collettivo di maggior comprensione storica: la consapevolezza generata dalla conoscenza critica garantisce la vitalità delle democrazie e resta uno dei più efficaci antidoti verso le dinamiche dell’obbedienza cieca che, come sappiamo, stavano e stanno alla base di tutti i regimi dittatoriali, liberticidi e totalitari».
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