Il nuovo audio della veronese Giuditta Brattini a Gaza: «Bombardano gli ospedali: qui non si salva nessuno»
Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista, Coordinamento di Unione Popolare, scrive sui social: «Ho ricevuto da Francesca Bettini dell’associazione Gazzella Onlus un nuovo file audio inviato stamattina dalla cooperante veronese Giuditta Brattini. All’inizio dell’audio Giuditta, bloccata a Rafah, si dice fiduciosa sull’apertura del confine con l’Egitto. Stamattina sembrava che fosse tutto pronto per far passare Giuditta Brattini e gli altri cooperanti internazionali, poi è stato tutto bloccato e il valico rimane chiuso nonostante abbiano tutti i permessi per l’uscita. Invito ad ascoltare e diffondere il racconto di Giuditta che è testimone diretta delle conseguenze dei bombardamenti israeliani sulla popolazione civile della striscia di Gaza. Torniamo a chiedere che il governo italiano si attivi non solo per mettere in salvo Giuditta e gli altri cooperanti, ma soprattutto per il cessate il fuoco e la fine dei bombardamenti».
L’audio di Giuditta Brattini
«Siamo ancora a Rafah in attesa dell’apertura del border. L’Egitto dovrebbe aver autorizzato in accordo con gli americani e gli israeliani l’entrata del convoglio umanitario, che prevede l’entrata di generi alimentari e medicinali, ma non il gasolio. Nelle scorse ore il Ministero della Salute ha mandato gli ultimi dati, dove si parla di 4.137 morti, di cui il 70% sono donne, bambini e anziani. I feriti sono ormai 14mila. Parte delle vittime e dei corpi non è ancora stata recuperata ed è rimasta sotto le macerie», racconta Brattini nell’audio.
«Israele due giorni fa ha bombardato l’al-Ahli Arab Hospital nella città vecchia di Gaza e altri sette ospedali sono stati bombardati e parzialmente danneggiati, causando un’interruzione dei servizi. Israele continua a chiedere allo staff medico di evacuare gli ospedali perché è loro intenzione bombardare. Il personale medico si è rifiutato di evacuare i pazienti, poiché non ci sono altre strutture nella Striscia di Gaza che possono accogliere tutti questi feriti. Segnaliamo che 46 medici sono stati assassinati e 85 sono rimasti feriti. 23 le ambulanze colpite. C’è una continua evacuazione da nord a sud della Striscia alla ricerca di un’uscita verso l’Egitto», prosegue.
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La testimonianza di Medici Senza Frontiere
A quella di Brattini, si aggiunge anche la testimonianza di Medici Senza Frontiere. «A Gaza mancano elettricità e internet e le persone sono rimaste senza cibo né acqua potabile. All’ospedale di Al-Shifa due giorni fa un team di Medici Senza Frontiere (MSF) è riuscito a consegnare delle forniture mediche con enorme difficoltà. Nell’ospedale sono assiepate centinaia di persone in fuga dai bombardamenti ma in questo momento non esiste un luogo sicuro a Gaza».
Di seguito la testimonianza di Loay Harb, infermiere impegnato da 15 anni con MSF a Gaza. Attualmente Loay si sta rifugiando con la sua famiglia e i suoi figli nella sua casa vicino all’ufficio di MSF a Gaza.
«La situazione qui è molto difficile. Non abbiamo elettricità, acqua o internet. Non c’è un luogo sicuro e la situazione è estremamente complessa: dall’inizio della guerra non c’è sicurezza né cibo, acqua o elettricità. Dio ci salvi in questo momento così difficile. Non abbiamo acqua da bere, perché è inquinata o non potabile. Non abbiamo nemmeno il carburante per pompare l’acqua nei pozzi. Le nostre famiglie stanno vivendo momenti davvero difficili. Non esiste un posto sicuro in mezzo ai bombardamenti. Le nostre famiglie e i nostri bambini si sono spostati dal nord al sud e dal sud verso qualsiasi altro luogo ma non abbiamo un posto sicuro dove stare».
«Due giorni fa abbiamo consegnato delle forniture mediche all’ospedale Al Shifa a Gaza. Lo spostamento verso l’ospedale è stato molto complesso, abbiamo visto centinaia di persone rifugiarsi nell’ospedale ed era difficile muoversi all’interno della struttura. Ci è voluto molto tempo per consegnare le forniture».
«C’erano moltissime persone all’interno dell’ospedale, pensano che sia un posto sicuro, ma non esiste un luogo sicuro. La maggior parte delle ferite sono molto gravi. Non c’è abbastanza spazio. Ci sono alcuni pazienti che necessitano di interventi chirurgici e rimangono a terra a causa dell’elevato numero di persone ricoverate. Ho deciso di restare a casa mia, perché a Gaza non esiste un posto sicuro. La mia casa è vicina all’ufficio e alla clinica di MSF. La maggior parte della mia famiglia ha deciso di trasferirsi nel centro di Gaza e a sud ma molte persone che si erano spostate al sud stanno ora tornando indietro, perché hanno sofferto molto senza casa dove stare. La situazione è estremamente tesa anche a sud dove non ci sono né elettricità né acqua».
«Ogni giorno lavoro ancora nella clinica di MSF dove riceviamo ancora alcuni pazienti con ustioni. Faccio le medicazioni ma dato che è difficile ritornare, preparo dei kit e mostro loro come farlo da soli. Questo è quello che posso fare per dare il mio aiuto come infermiere».
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