Il matrimonio è in crisi: modello culturale antiquato? IL TEMA DEL GIORNO
Nel 1871, gli sposi avevano prevalentemente fra i 25 e i 29 anni e le spose tra i 21 e i 24. Nel 2020 l’età media al primo matrimonio è 34,1 anni per lui e 32 per lei.
Nel 1990 le coppie non sposate erano soltanto l’1,3 per cento, mentre nel 2020 le coppie che vivono in libera unione sono complessivamente il 10 per cento e quasi un nuovo nato su tre ha i genitori non coniugati.
Sono dati Istat che disegnano i contorni di un fenomeno già chiaro a tutti: gli italiani si sposano sempre meno.
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I dati Istat: matrimoni e unioni civili in ripresa ma ancora non ai livelli pre-pandemia
Nel 2021 sono stati celebrati in Italia 180.416 matrimoni, l’86,3% in più rispetto al 2020, anno in cui, a causa della crisi pandemica, molte coppie avevano rinviato le nozze.
L’aumento non è stato però sufficiente a recuperare quanto perso nell’anno precedente (la variazione rispetto al 2019 è infatti pari a -2,0%). I matrimoni religiosi, quasi triplicati rispetto al 2020, sono in calo (-5,1%) rispetto al periodo pre-pandemico.
Nei primi nove mesi del 2022 i dati provvisori indicano un lieve aumento dei matrimoni (+4,8% rispetto allo stesso periodo del 2021) dovuto esclusivamente alla crescita dei matrimoni civili (+10,8%). Crescono in misura marcata (+32,0%) le unioni civili.

La storia del matrimonio in Italia nel dopoguerra (fonte: Istat)
Nel 1940 il 98,7 per cento dei matrimoni avveniva in chiesa. Ancora vent’anni dopo, i matrimoni celebrati con rito religioso superavano il 98% e bisogna aspettare il 1977 perché scendano sotto il 90%; da allora il calo è lento ma continuo. Se nel 1990 i matrimoni religiosi erano ancora l’83,2%, nel 2010 scendono al 63,5%. Ma proviamo a leggere i dati al contrario: nel dopoguerra – prendiamo ad esempio il 1952– i matrimoni civili erano il 2,4%, mentre nel 2019 il 52,6%. Anche perché dall’introduzione del cosiddetto “divorzio breve” – nel 2015 – sono aumentati i secondi matrimoni: sempre nel 2019 più di un matrimonio su cinque vede almeno uno degli sposi alle seconde nozze.
E la scelta di vivere insieme al di fuori dai vincoli matrimoniali? Ancora nel 1990 le coppie non sposate erano soltanto l’1,3 per cento, con una variabilità sul territorio che andava dal minimo dello 0,5% nel Sud al massimo del 2,2% nel Nord Est. Nel 2015 sono quasi l’8 per cento, con differenze territoriali ancora significative (3,7% a Sud a fronte dell’11,7 % del Nord Est). Nel 2020 le coppie che vivono in libera unione sono complessivamente il 10 per cento e quasi un nuovo nato su tre ha i genitori non coniugati.
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Don Sergio Billi e il concetto di “libertà”

Ospite a Squadra che vince don Sergio Billi, direttore del Centro di pastorale familiare della Diocesi di Verona: «Nella comprensione della realtà del matrimonio si intrecciano varie dimensioni che non sono semplicemente separabili. C’è una dimensione che potremmo dire creaturale o naturale, cioè inscritta in noi, nell’uomo e nella donna, il desiderio della pienezza d’amore. E c’è una dimensione propriamente cristiana, dando per scontato la religione cristiana cattolica nei nostri contesti, appunto matrimonio in Cristo, cioè che il matrimonio tra un uomo e una donna che sono discepoli di Cristo Gesù, che sono cristiani che sono suoi questo vuol dire sposarsi in chiesa e sposarsi in Cristo. Poi c’è la dimensione civile che è quella che ogni Stato in modo proprio riconosce. Queste tre dimensioni si intrecciano».
«Tutti vogliono essere liberi, però probabilmente viviamo tutti una grande confusione. Schematicamente io direi così cioè noi siamo abituati nella nostra cultura ad assorbire una comprensione della libertà come disponibilità di fare ogni momento quello che voglio» continua don Billi. «Ora, se intendiamo la libertà così è chiaro che ogni legame prima o dopo diventa un attentato alla mia libertà. Ma riteniamo che ci sia un’altra visione di libertà che è inconciliabile con questa prima, per quanto anche qui si intreccino varie questioni. L’altra visione che noi riteniamo umanamente più autentica e che è la visione che emerge dalle Sacre Scritture».
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L’avvocata Sabrina De Santi e il suggerimento dei patti prematrimoniali
Ospite a Squadra che vince Sabrina De Santi, presidente regionale di Aiaf, Associazione italiana degli avvocati per la famiglia e per i minori. Sui numeri dei matrimonio in crisi: «La buona notizia è che ci sposiamo di meno, però non stiamo di meno insieme: le persone tendono comunque a formare una famiglia. Il matrimonio è meno appetibile perché il matrimonio non è cambiato, mentre la società è profondamente cambiata».
«Noi siamo arriviamo da una famiglia profondamente patriarcale che dal diritto romano arriva più o meno fino a cinquant’anni fa, dove c’era un capofamiglia con moglie e figli assoggettati. Anche il coniuge dipendeva dal capofamiglia, dipendeva quanto al suo mantenimento e la propria sussistenza».
E approfondisce alcuni aspetti: «Alla prova dei fatti, con la separazione dei beni è uguale essere sposati o non essere sposati, mentre la comunione dei beni non ha portato quegli effetti tutelanti per il coniuge “debole”, per cui sostanzialmente non convince, cioè non è una buona ragione, un regime patrimoniale, per sposarsi. Il matrimonio va fondato su altro oppure dobbiamo pensare di rilanciarlo».
«Che io abbia una famiglia fondata sul matrimonio o meno, i diritti e i doveri sono gli stessi e lo status di figlio è identico ed è unico, per cui i genitori sono chiamati allo stesso modo a badare i figli, sia che siano sposati che non siano sposati».

«Nel matrimonio, il rapporto, cioè il patto fondativo, è tra i partner. Fermo restando i diritti e doveri verso i figli. Allora, per rilanciare l’istituto giuridico del matrimonio occorrerebbe che diventasse nuovamente attraente rispetto a una tutela tra le parti».
«Per esempio dire che in una società cooperante fra due persone che collaborano e che mettono su famiglia occorrerà pensare, per esempio, a chi resterà a casa quando nasceranno i bambini, no? Allora se diciamo tradizionalmente un ruolo che è affidato alla mamma, che è una mamma lavoratrice, bisognerebbe valutare come redistribuire le risorse interne alla famiglia in quegli anni in cui non potrà essere al 100% della carriera». La proposta di De Santi: valutare dei buoni patti prematrimoniali.
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