«Gli allontanamenti forzati non erano negli interessi dei minori»

A parlare è la dott.ssa Marcella Parise, ex dirigente del servizio di psicologia territoriale dell'Ulss 9, ora in pensione, che ha deciso di raccontare alcune presunte lacune del sistema di affidi nel veronese e di situazioni in cui l'allontanamento del minore dalla famiglia non era necessario.

Quello degli affidi forzati e illeciti è un tema di cui si parla da anni. Forse il primo caso conosciuto risale agli anni ’90, con la vicenda dei “Diavoli della Bassa Modenese”. In tempi più recenti, nel 2019, salì agli onori della cronaca il caso di Bibbiano e nello stesso anno un dipendente dell’Ulss 9 scaligera denunciò anonimamente alcuni casi simili proprio nella nostra Verona. Ora, a marzo 2021, qualcuno ha deciso di metterci il nome e la faccia e denunciare una situazione preoccupante. A parlare, prima sulle pagine di un quotidiano locale, e poi in diretta sulla nostra emittente Radio Adige Tv, è stata la dottoressa Marcella Parise, ex dirigente del servizio di psicologia territoriale dell’Ulss 9, ora in pensione, che ha deciso di raccontare alcune presunte lacune del sistema di affidi, vissute in prima persona nel corso di 30 anni di lavoro.

Perché ha deciso di parlare adesso e cosa l’ha spinta a farlo?

«Io ho lavorato per più di 30 anni per l’Ulss9 scaligera, prima Ulss20, in qualità di psicoterapeuta e mi sono occupata di fare psicoterapia sia individuale che di gruppo. Nel 2000 ho iniziato ad occuparmi di violenza sulla donna. Naturalmente gli invii arrivavano sia da altri servizi, sia dal tribunale, e quindi da quando ho iniziato ad occuparmi di questo ho iniziato a vedere delle situazioni molto strane e complesse dove la donna viveva una condizione di violenza e di questo veniva poi accusata. Questo paradosso comportava una serie di responsabilità che le venivano affidate. Ho cercato attraverso i colloqui clinici di approfondire il problema, anche parlando con i superiori, gli assistenti sociali, gli avvocati e le persone coinvolte, che erano le uniche cose che potevo fare: usare strumenti istituzionali, perchè come dipendenti non possiamo assolutamente parlare con la stampa. Una volta uscita ho deciso che questo doveva essere un mio dovere il fatto di non lasciare in sospeso delle condizioni che non ritengo giuste».

Cosa non andava nel sistema di affidi di cui è stata testimone?

«Il mio servizio si occupava della donna in modo indiretto, quindi c’era già una presa in carico dagli assistenti sociali o dai tribunali. Nel momento in cui arrivavano da noi c’era la richiesta di un supporto psicologico, di una valutazione sulla condizione psicologica della donna (dico signora perchè nel 90% dei casi abbiamo trattato donne). La nostra valutazione doveva spiegare che ci fosse un impegno da parte della signora a mettersi in discussione, la sua capacità relazionale. Venivano fatti dei test e approfondimenti e devo dire che nella maggior parte dei casi non ho mai visto donne realmente pericolose, che potessero mettere i figli in una condizione di reale rischio. Sicuramente ho visto molte donne che chiedevano aiuto, che avevano problematiche di tipo economico, che erano stato picchiate, abbandonate e segnalate ai servizi sociali per la loro incapacità. Quindi non ho mai visto rischi reali, tali da costringere le istituzioni a decidere che dovessero essere allontanati e affidati i figli di queste donne».

Lei ha detto, in un’intervista su un quotidiano locale, che il minore in certi casi non veniva tutelato dai servizi sociali, piuttosto veniva punito e mandato in comunità. In che senso? come è possibile?

«C’era una situazione famigliare sicuramente complessa, difficile, quindi quasi sempre si trattava di minori con relazioni insicure. Da questa situazione spesso avveniva improvvisamente una richiesta dei servizi sociali di affido alle comunità di accoglienza. Il tutto senza avvisare la famiglia, ma andando a prelevare il bambino direttamente alla scuola elementare: il primo a subire quindi una condizione gravissima e traumatica è proprio il piccolo, che non viene preparato, così come la famiglia, alla situazione che deve sostenere. Io ho sempre pensato che questo fosse veramente contrario a quanto stabilito dalla legge, ossia che il primo interesse deve essere quello del minore, che deve essere allontanato quando c’è un rischio reale e grave di abbandono, fisico, psicologico. Io, questo, francamente, non l’ho mai visto. Erano tutte situazioni in cui era possibile inserire degli elementi di supporto e aiuto alle madri, che si trovavano improvvisamente sotto i riflettori di qualcuno che andava a fare delle valutazioni educative senza pensare a un modello di aiuto e che si nominava così giudice di uno stile di vita in una situazione di grande difficoltà».

Come deve cambiare il sistema affinchè non si verifichino più casi del genere?

«Per me il problema grosso è che non esiste una verifica di questo modello. Mi piacerebbe che ci fosse un’ipotesi di partenza: qual è il mio obiettivo? Qual è l’intervento migliore per il minore e la famiglia? In che modo posso sostenere una condizione di questo tipo. Ma soprattutto, quando questi bambini vengono inseriti in comunità, chi verifica a distanza di 6 mesi, un anno, tre anni, che questo è il migliore intervento possibile e che i soldi che di fatto vengono stanziati dalla Regione Veneto per gli affidi siano utilizzati nel modo migliore possibile. Chi chiede al minore come sta? Chi controlla il lavoro dei controllori? Questo è il problema. Io vorrei che qualcuno valutasse se questi interventi sono in funzione di una migliore crescita del bambino: io credo proprio di no».