Giorgetti: «Non siamo la porta di servizio del Veneto»

Il vicepresidente del Consiglio Regionale Massimo Giorgetti ha annunciato la sua candidatura alle prossime elezioni regionali. Per lui sarebbe il sesto mandato consecutivo dal 1995. Tra le priorità, le politiche di ripartenza per l'economia e le imprese e l'atteggiamento della classe politica scaligera, che deve aprirsi e non chiudersi su se stessa.

Tra le candidature al prossimo Consiglio regionale c’è anche quella del vicepresidente uscente Massimo Giorgetti. Una carriera politica di lungo corso proprio in Regione per il politico veronese, classe 1959, eletto per la prima volta a Palazzo Ferro nel 1995 nella prima Giunta Galan e ricoprendo, al debutto, l’incarico di assessore alle politiche per l’ambiente, geologia, parchi e protezione civile. E‘ proprio Giorgetti a rivendicare una centralità di Verona, all’interno del contesto Veneto, che deve essere voluta e conquistata dagli stessi veronesi.

Giorgetti, lei è stato eletto con più di 8.000 voti nella legislatura corrente nelle file di Forza Italia, ma a settembre si presenterà con Fratelli d’Italia…è un po’ un ritorno alle origini?

Ho iniziato a fare attività politica in Alleanza Nazionale con la quale poi sono stato eletto in Regione, confluita poi all’interno del Popolo delle Libertà. Concluso il percorso con quest’ultimo mi sono ritrovato a proseguire all’interno dell’unico partito di centro destra rimasto ovvero Forza Italia. Nonostante i vari passaggi ho sempre mantenuto la mia posizione riguardo programma e valori.

Lei è in regione dal 1995, cinque legislature consecutive. Se non è un record poco ci manca. Cosa la motiva a riprovarci anche alle prossime elezioni del 20 e 21 settembre?

La mia intenzione era quella di fermarmi ma è successo di incontrarmi con amici e persone che hanno seguito i miei operati e quando loro stessi mi hanno chiesto quali fossero le mie intenzioni, di fronte ad un mio atteggiamento vago mi sono sentito riferire parole che mi hanno convinto a rimettermi in gioco, soprattutto grazie alla fiducia degli stessi verso la mia persona.

Massimo, lei ha un trascorso interessante: perito agrario, alpino, paracadutista, agente di commercio e politico a Verona in quanto presidente di AGEC. Nel 1995, dicevamo, l’ingresso nel consiglio regionale. In 25 ani ha avuto anche deleghe di grande importanza vestendo il ruolo di assessore all’ambiente, ai lavori pubblici, all’edilizia scolastica, alla sicurezza, allo sport e all’energia. In tutto questo tempo come ha visto cambiare in Veneto?

Inizialmente, nel 1995, ci fu da parte di tutti i partiti la voglia di mostrare la determinazione nel proporre un nuovo modo di fare politica. Era la fine della prima Repubblica, per cui l’offerta politica ai cittadini italiani e veneti era cambiata. Nacque Forza Italia, Alleanza Nazionale e la sinistra passò da Partito Comunista ad altre diverse fasi. Ci fu anche l’opposizione che ad oggi non esiste più per via del cambio del sistema politico. Ognuno mette in campo ciò che ritiene più buono, ma il grande errore è il mancato e sensato confronto, senza rispettarsi.

Si tratta quindi anche di riconoscere con onestà intellettuale ciò che dalle opposizioni può nascere di buono.

Essendo stato anche assessore allo sport ritengo che la politica sia come una partita sportiva nella quale si affermano le proprie capacità attraverso forza fisica e atletica senza dover danneggiare l’avversario. E’ come quando ci si ritrova allo stadio a guardare una partita che, se giocata bene da entrambe le squadre, alla fine soddisfa indipendentemente da chi abbia conseguito il risultato di vittoria. E così dev’essere in politica: dimostrare chi è più bravo, ma che a guadagnarci sia il territorio con opere, interventi e azioni che giovano a tutti i cittadini.

La recente pandemia secondo lei ha cambiato il modo di fare politica o lo cambierà in futuro? Cambiano le priorità?

La pandemia in sé ha cambiato soprattutto la situazione generale per tutti gli italiani e per tutti i veneti. Di conseguenza anche la politica si deve confrontare in modo diverso rispetto al passato, al di là della difficoltà nel rapportarsi coi cittadini per i noti motivi legati al protocollo sanitario. Ci troviamo in una situazione grave di crisi dove si affrontano tematiche come la mancanza di lavoro e il bisogno della gente di risposte puntuali e precise senza troppe chiacchiere.

Cosa non è stato fatto e cosa si potrebbe fare oggi per andare incontro a questa fascia di cittadini, imprese ed esercenti che stanno soffrendo a causa di questa pandemia e gli effetti del COVID?

A situazione eccezionale non si è risposto con nome e leggi eccezionali. Ad esempio, si è pensato di affrontare il tema della cassa integrazione con le stesse procedure di una qualsiasi crisi aziendale in un sistema normale quando invece abbiamo avuto imprese tutte chiuse per ordine del governo con tutti i lavori lasciati in piena difficoltà. E questo è il motivo per il quale qualcuno ancora non ha ricevuto la cassa integrazione. Quindi io sono per leggi eccezionali che semplifichino le procedure e non solo sull’aiuto in supporto alle famiglie in difficoltà o lavoratori senza reddito, ma soprattutto per rimettere in moto il capitale privato. Chi pensa di risolvere la situazione con i contributi pubblici non ha capito niente. Dobbiamo rimettere in moto l’economia, rendere appetibile il nostro paese nonostante le difficoltà e poter quindi dare gli strumenti per poter investire.

Com’è stata gestita l’emergenza sanitaria in Veneto? Il presidente Zaia sembra avere la strada spianata verso la riconferma grazie ad una visibilità che ha avuto direttamente e indirettamente. C’è speranza per le opposizioni di vincere la battaglia nei confronti del governatore?

Zaia è stato il regista in un sistema tutto veneto che ha dimostrato, per quanto riguarda la parte sanitaria, la protezione civile e la parte normativa, di essere in grado di gestirsi nel modo più ottimale rispetto anche a quello che è stato tutto il si tema di Stato. Siamo degni di gestire maggiori forme di autonomia. C’è stata poi una ricaduta concreta sui cittadini perché gestire bene l’emergenza significa far star meglio la gente, dare più sicurezza, avere meno malati, meno morti e meno problemi che invece si sono verificati in altre regioni.

Verona sta giocando delle partite strategiche sul piano economico, oserei dire “storiche”. In questo momento Verona di cos’ha bisogno? Di lucidità, attaccamento, visione, orgoglio, coraggio?

Sicuramente di coraggio. Noi non siamo la porta di sevizio del Veneto, siamo il centro del nord produttivo e dobbiamo difendere questa posizione guardando oltre i nostri confini. La città di Verona è troppo chiusa all’interno delle proprie mura, mentre la provincia pensa di essere autonoma, ed ha ragione, proprio perché abbiamo imprese ed economie importanti, ma purtroppo non basta perché dobbiamo saper fare più politica fuori dal territorio e quindi perdere un po’ più tempo per rapportarsi con Venezia e il governo stesso. Oggi festeggiamo i 50 anni di storia delle regioni, Verona ha avuto un solo presidente nella prima legislatura che era Angelo Tomelleri. Da allora il baricentro è sempre stato spostato verso Padova, Treviso, Venezia, e sta a noi ribadire la centralità di Verona ed eleggere delle persone che sono in grado di rappresentarla con autorevolezza e capacità.

Perché secondo lei Verona non è riuscita a mantenere questa autorevolezza dopo Tomelleri? C’è un complesso di inferiorità?

Il problema di Verona è che non si sente inferiore, ma esattamente l’opposto, pensa di essere autonoma, non si confronta. Ad esempio i veronesi vanno poco a Venezia e non si fanno sentire. Negli ultimi anni una cosa che è cambiata parecchio è il rapporto degli amministratori pubblici con Venezia. Quando ho fatto l’assessore per la prima volta nemmeno sapevano cosa fosse il governo regionale, mentre oggi siamo riusciti a farlo diventare elemento centrale anche per il governo del territorio.

Forza Italia, lista nella quale è stato eletto in questa legislatura, ha rappresentato per molti anni un centro destra moderato che via via ha lasciato, come altri partiti simili, spazio a posizioni e vedute più radicali. Fratelli d’Italia, con cui si candida ora, ha acquisito molta popolarità grazie alla leader Giorgia Meloni che ha saputo raccogliere attorno a sé diversi esponenti. C’è spazio per ricostruire un centro destra liberale, in cui le imprese, ad esempio, tornino ad essere protagoniste?

Oggi il centro destra è costituito da due colonne portanti, Lega e Fratelli d’Italia, tutte le altre esperienze, compresa quella dei 5 stelle, si sono dimostrate fallimentari. Quindi è attorno a questi due pilastri che va costruito un dialogo politico per dare le risposte alle imprese e ai cittadini. Fratelli d’Italia è la forza politica più attrezzata per fare questo tipo di proposta. Proprio per questo non è un caso che io mi candidi loro.

Come immagina il Veneto del futuro?

Deve essere un Veneto che acquista ancora ulteriore capacità di rapportarsi con l’Italia, con l’Europa e con il mondo. Deve tirare fuori idee e sistemi nuovi. La vera prova è la crisi delle nostre imprese, attività storiche, banche, aeroporto e assicurazioni e questo è un tema che la politica deve affrontare. Esattamente come nel tempo siamo rimasti chiusi nel nostro piccolo, non sapendo cambiare per tempo, oggi veniamo colonizzati da chi ha saputo farlo.

Perché i Veneti dovrebbero votare Massimo Giorgetti?

Io sono l’assessore che ha promosso tutta la normativa della raccolta differenziata, rifiuti e controlli ambientali. Ho costruito e implementato il sistema di protezione civile, dai volontari fino ai comuni. Ho promosso alcune normative per far lavorare le imprese locali attraverso i piccoli appalti. Nella provincia di Verona abbiamo costruito 20 scuole nuove, all’altezza dei tempi, con oltre 3000 manutenzioni nelle scuole del territorio. Quello che metto a disposizione è la mia esperienza con tutto quello che ho dimostrato pur sapendo che la prossima legislatura sarà un momento difficilissimo per tutti i veronesi. Ci troveremo davanti ad una crisi e scenari immaginabili, non c’è tempo di imparare ma serve operatività subito.