Dal Moro: «La mia politica? Mite, non urlata, che si fonda sul merito»
Gianni Dal Moro, deputato del Partito Democratico e candidato al Consiglio Comunale delle prossime elezioni amministrative di Verona, ripercorre insieme a noi la sua lunga carriera politica, dalla Democrazia Cristiana a Montecitorio.
Una storia politica molto lunga che affonda le sue radici nell’ex Democrazia Cristiana. Già da allora dunque si è avvicinato alla politica nel suo paese, San Martino Buon Albergo…
Sì, San Martino Buon Albergo ha avuto personalità importanti sia nel Partito Socialista che nella Democrazia Cristiana. Tra questi Ennio Molon, che è stato sindaco per tanti anni e presidente della Provincia. Noi da giovani iscritti alla DC iniziavamo a militare all’interno del partito e da lì è partito tutta la mia passione per la politica e l’avvicinamento al mondo cattolico. La politica quando ti entra dentro, poi, non esce più.
Dai primi approcci con la DC come si è evoluta la sua scalata politica fino a Montecitorio?
L’occasione è arrivata proprio da un veronese. Io frequentavo già Roma e il sindacato della CISL. A un evento proprio della CISL ho conosciuto Gianni Fontana, che mi ha chiesto di collaborare con lui. Dopo pochi mesi quindi sono sceso a Roma e ho iniziato a lavorare con lui. Considero Fontana una delle persone più preparate dal punto di vista sia politico che culturale, quindi è stato molto facile convincermi. Fontana ha mosso infatti dentro di me le corde giuste che mi hanno spinto a prendere quella decisione.
Ha vissuto anche la caduta della Democrazia Cristiana, insieme allo scandalo di Mani Pulite…
Sì, l’ho vissuta. In quel periodo avevo in parte abbandonato la politica, per ragioni familiari, per dedicarmi a fare l’imprenditore, cosa che faccio tuttora. Una sera che non dimenticherò mai, è stata l’antivigilia di un Natale, quando ricevetti la telefonata dell’Avvocato Renato Gozzi che mi invitò a casa sua insieme a tante altre personalità di rilievo di Verona. Ci propose di metterci insieme in un’associazione dal nome Gli amici del Corriere di Mattino, un giornale a tutti gli effetti.
Una passione politica che si affianca a una lunga esperienza, fino ad arrivare alla vittoria di Paolo Zanotto, nel 2002. Qual è stato il suo contributo nella vicenda?
L’esperienza con Gozzi mi portò a conoscere Mino Martinazzoli, con cui è nata l’idea di fondare i Popolari del Nord, in seno al fermento di autonomia che cresceva in quegli anni. Io, lui, Achille Variati e Massimo Cacciari andammo quindi da un notaio e fondammo l’associazione Insieme per il Veneto, che poi divenne un partito nazionale. Da quel contesto si inserisce l’elezione al Comune di Verona dove il centrodestra si divide e arriviamo noi come partito. Infine, nel 2008 a venire chiamato a Roma a fare il Parlamentare.
Che emozione ha provato al suo arrivo a Montecitorio?
Consiglio ai cittadini di visitare la Camera del Senato e il Quirinale. Sono dei gioielli e delle istituzioni che rappresentano la storia italiana. L’ingresso in aula è stato bellissimo. La prima sera ho commesso subito la mia prima gaffe (ride, NdR). Insieme ad altri deputati siamo andati a cena in un ristorante, abbiamo bevuto, mangiato e chiacchierato; ecco, il giorno dopo abbiamo trovato su un giornale il resoconto della nostra cena. In quel momento abbiamo capito che bisogna stare sempre attenti.
Veniamo agli impegni politici. Lei si è sempre occupato di temi che riguardano la città di Verona, pur lavorando a Roma. Ha svolto tanti impegni e incontrato tante persone. In particolare citerei il suo coinvolgimento nella Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulle Banche.
Sono stato chiamato da Enrico Letta per ricoprire l’incarico di capo della sua Segreteria Politica fino al giorno in cui se n’è andato a Parigi. Ho imparato molto da Enrico Letta, è un uomo di grande cultura in ambito economico e finanziario. Da lì ho iniziato a seguire principalmente i temi economici, fra cui il mondo delle PMI, l’agroalimentare, il turismo e l’artigianato. Sono stato chiamato a fare il PM di questa inchiesta sulle Banche. Io interrogai per circa due ore il governatore Visco, ascoltai le registrazioni e via dicendo. Avevamo tutti i poteri della Magistratura, eccetto l’arresto. Quell’ascolto mi ha fatto capire come mai il Veneto sia finito così. La nostra regione ha infatti pensato fosse sufficiente lavorare e accumulare i soldi e metterli in banca. Invece il problema è che chi comanda, purtroppo, non è chi lavora, è chi gestisce la finanza. I veri padroni dell’economia sono coloro che gestiscono i soldi. Abbiamo lasciato, quindi, ad altre città il potere di controllo. Non abbiamo difeso abbastanza il nostro dominio.
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