Gauguin e gli Impressionisti a Palazzo Zabarella, là dove l’arte riesce a unire generazioni diverse

Arriva l’invito per la presentazione della mostra su Gauguin e gli Impressionisti, penso subito a lei. Le scrivo, perché a chiamarla non risponde -“Eh zia, non ho sentito, ero con le amiche…”. La invito a venire con me, risponde subito con un sì e un cuore. E mi sembra di aver fatto una cosa giusta, grandiosa, come adulto che si rapporta ad un’adolescente e non sa mai bene che effetto fa.

Di Daniela Cavallo, architetto

Me la ricordo quella mattina, di domenica, suonare al portone “Chi è?”-“Zia sono io!” e il pensiero, oddio è successo qualcosa. Invece no, oppure sì, insomma, sale le scale trafelata e sorridente, emozionata, chiude la porta dietro di sé “Zia ho deciso la scuola”. Era all’ultimo anno delle medie, si sapeva che avrebbe fatto il Classico, è prassi di famiglia, eravamo in attesa dell’indirizzo, questa diavoleria dei tempi moderni. “Ho scelto Storia dell’arte.” Eccola lì, davanti a me, esplodere di gioia contenuta, in attesa di godersi la mia reazione. Quella di chi guarda da lontano crescere una parte di se’, di chi interviene poco ma vorrebbe in ogni momento fare invasione di campo, di chi si trattiene a raccontare, a spiegare, ad abbracciare – “Zia dai basta baci!”; ma forse quella giusta distanza ha dato i suoi frutti. Felici, ci abbracciamo; mia nipote mi aveva appena fatto un grande regalo, ma anche dato una grande responsabilità.

Ho insegnato storia dell’arte al Liceo per ventiquattro anni, ho raccontato nel quotidiano, in famiglia cosa sia la bellezza, l’armonia, non sempre sono riuscita a metterla in pratica, ma ci ho provato. Ho visto studenti sostituirsi a studenti negli anni, assetati, desiderosi di sognare, e ho sentito il potere del fascino che la storia dell’arte può avere, il modo di vedere la realtà che essa insegna, l’opportunità di far diventare le cose altro da sé, in un paese che negli anni ha sempre meno creduto in sé stesso e nella propria reputazione.

Ci organizziamo per andare a Padova per l’evento, sotto gli occhi guardinghi di sua sorella, più piccola “Dove andate?!…” – “Andiamo a vedere una mostra”- “Ah vabbeh ciao”. Ci liquida sollevata, lei che a Firenze quest’inverno mentre cercavo di raccontare architetture varie mi stoppava, “Ziaaaa!!! Basta! Risparmia la voce”. La stessa che quest’estate mentre mi faceva fare la boa ad un materassino rosa a forma di conchiglia con brillantini, messasi in posa, “Zia! Non sembro quella signora bionda di Firenze?..”-“Chi??? Ah sì, Amore, era la Venere di Botticelli!”-“Eh si quella.”. E’ancora presto, ma qualche seme c’è già.

Arriviamo a Padova in treno, attraversiamo la città a piedi fino a Palazzo Zabarella, dove ci sono i dipinti, o più correttamente i capolavori, di Cézanne, Degas, Gauguin, Manet, Monet, Berthe Morisot, Renoir, Matisse, proposti in “Gauguin e gli Impressionisti. Capolavori dalla Collezione Ordrupgaard”, dal 29 settembre 2018 al 27 gennaio 2019, oggi la conferenza stampa e l’anteprima della mostra. Con parsimonia, senza disturbare, ogni tanto spiego qualcosa della città; arrivate a destinazione la presento alla Dottoressa Jessica Ferin, storica dell’arte e referente della Fondazione Bano che avevo precedentemente avvertito, la dottoressa Ferin come sempre è gentilissima, lei, mia nipote, è fiera. Ci sediamo in attesa dei relatori. Tiene il catalogo della mostra sulle ginocchia, lo sfoglia “Zia! Questo èil mio quadro preferito!”E’un dipinto del mare di Monet “Poi lo vedrai in mostra”-“Oddio! Veramente?!!”. Se potessi la abbraccerei e correrei con lei su per lo scalone a cercare il quadro. Rimaniamo ferme. Sedute.

Federico Bano per primo, padrone di casa, oltre ai ringraziamenti, sottolinea di come Padova in questi ultimi anni attraverso le mostre che Palazzo Zabarella ha accolto, sia diventata internazionale; ed un raggio di luce idealmente si è alzato dalla città di quel Santo per grande altezza, dopo un periodo di rinuncia, per riprendere quel posto che le spetta, non solo in Veneto. Si susseguono, il Sindaco, l’Assessore, poi la direttrice dell’Ordrupgaard Museum che ospita  la collezione di arte francese di Wilhelm Hansen, oggi qui.

“Zia però non ci sarebbe bisogno dell’interprete, si capisce”. La direttrice parla in inglese e vicino una traduttrice, mi meraviglio di come i giovani siano piùinternazionali di noi, qualche parola mi sfugge e la presenza della traduzione simultanea non mi dispiace. Avverto il nuovo che avanza, e ne vado fiera. La sento vicino che scalpita. A volte la storia dell’arte dimentica che sono le opere a parlare, le emozioni, soprattutto ai giovani. Le spiego che è importante conoscere la logica con la quale le opere sono in mostra, rappresenta un racconto. Mi ascolta, ma non la convinco.

Le parole finiscono e siamo invitati a salire. Non riesco a starle dietro. Stringe il catalogo tra le braccia ed è già all’inizio dello Scalone. Non riesco a dire “Guarda che meraviglia” indicando i trompe l’oeil che li sta già fotografando. In un braccio il libro, nella mano opposta il telefonino, come scudo in alto. Sembra San Giorgio. D’istinto mi verrebbe da dirle di mettere via il telefono e di guardare, ma capisco che è una maniera, la sua, o la loro che sia, e taccio. La seguo. Attraversiamo le stanze, dalla pittura di fine Romanticismo, storica, con le opere di Delacroix per passare al Naturalismo ed al Realismo di Corot e Courbet; poi le linee si rompono, il disegno abbandona i colori e un vento di libertà attraversa le tele. Eleganza nell’allestimento, ton sur ton. Montagne, pianure, mare, ritratti, colori, macchie. Fino a quel Primitivismo che ci riporta alle origini di chi siamo da dove veniamo e dove andiamo che Gauguin ci getta in faccia nelle sue donne chiuse in quella tecnica, cloisonnisme, che ricorda non a caso le vetrate di Notre Dame, e non solo. L’ho persa. Mi sono persa, dietro alle mie nozioni, alle mie emozioni.

La cerco, la trovo giàalla fine della mostra che scorre il cellulare. “L’hai vista tutta? Vuoi che torniamo indietro, la rivediamo?”-“No ho visto tutto”. Resto perplessa, e anche un po’scettica, sul tempo. Sarei pronta a sgridarla in merito, provocatoriamente le chiedo “Ma ti è piaciuta?”-“Zia! Bellissima.”Ha un sorriso enorme e degli occhi felici come cerbiatto nel bosco, spalancati davanti al mondo ed alla bellezza. Potrei commuovermi. Ho fatto bene a stare zitta. “Ma quale ti è piaciuto di più?”-“Quello con i caprioli”- “Quello di Corot?”- “No zia, Courbet!”. E’ vero, mi spiazza e mi sorprende.

Forse questi nostri ragazzi hanno la velocità che li contraddistingue, ma è una velocità diversa dalla nostra, non è indifferenza. A volte pensiamo che si perdano delle emozioni, ma sbagliamo, perché comunque, in un tempo e in un modo diverso, godono della stessa bellezza. Usciamo.

E’ sempre avanti a me, con passo veloce, stringe con due mani al petto il catalogo della mostra, sorride, è felice, ha gli occhi che sognano “Vuoi che ti tenga il catalogo? Pesa?”-“No no, lo tengo io”. In treno lo ha tenuto sulle ginocchia, mentre con le cuffiette ascoltava diosolosa che musica, a casa lo ha messo sul comodino. Mi ha già promesso che andremo a vedere un’altra mostra. L’arte è capace di unire generazioni diverse, Palazzo Zabarella a Padova e la mostra sugli Impressionisti è l’occasione.