Disposofobia: che cos’è il disturbo da accumulo compulsivo
Redazione
È tristemente giunto alle cronache il decesso di una donna di 57 anni, trovata “sepolta” in un appartamento di Verona tra scatole, sacchetti e pacchi accatastati fino a bloccare la porta. L’abitazione era usata come deposito per gli acquisti online, ed era diventato un dedalo di corridoi tra cumuli di imballaggi, molti ancora sigillati.
La vittima era descritta come “accumulatrice seriale”, e sarebbe morta probabilmente inciampando e rimanendo schiacciata e soffocata sotto il crollo di quella montagna di oggetti. L’allarme è partito dal compagno, che non riusciva a contattarla da giorni; carabinieri e vigili del fuoco hanno rintracciato il telefono e forzato l’ingresso, trovandola ormai priva di vita da circa tre giorni.
Disposofobia: la difficoltà invalidante a separarsi dagli oggetti
Ciò che la cronaca chiama “accumulatrice seriale” è, in molti casi, la manifestazione di un disturbo riconosciuto: il disturbo da accumulo, o disposofobia, oggi classificato come patologia autonoma nel DSM‑5. I manuali clinici descrivono il disturbo da accumulo come una difficoltà marcata e persistente a gettare o separarsi dai propri beni, indipendentemente dal loro reale valore. Questa difficoltà deriva da un forte bisogno di conservare gli oggetti e dal disagio che la persona prova solo all’idea di disfarsene.
Il risultato è un accumulo che congestiona e rende inagibili gli spazi della casa (cucina, camera, corridoi, ingressi), compromettendo la vita domestica, sociale e spesso lavorativa. Il disturbo è da distinguere dal “collezionismo” ordinato: nel caso della disposofobia regnano disordine, rischio igienico e strutturale, e la persona spesso non riesce più a usare la casa per la sua funzione.
Sintomi tipici
Tra i sintomi tipici i manuali ne segnalano alcuni in particolare, da tenere sotto osservazione:
- Accumulo massiccio di oggetti spesso di scarso valore (scatole, sacchetti, giornali, abiti, pacchi ancora chiusi), con difficoltà estrema a buttarli.
- Forte ansia, disagio o senso di perdita se qualcun altro prova a riordinare o eliminare gli oggetti; frequenti conflitti familiari su questo punto.
- Indecisione marcata, procrastinazione e problemi di organizzazione e pianificazione, che rendono ingestibile il riordino.
- Compromissione clinicamente significativa della vita quotidiana: isolamento sociale per vergogna della casa, rischio di cadute, incendi, problemi igienico-sanitari, fino all’impossibilità di accedere a stanze essenziali.
Cause e fattori di rischio
Le cause sono multifattoriali: fattori genetici, neurobiologici, psicologici e ambientali concorrono a determinare il disturbo. Diversi studi evidenziano una familiarità: indecisione e tendenze all’accumulo sono più frequenti anche nei parenti di primo grado. Eventi di vita stressanti o traumatici (lutti complicati, separazioni sentimentali, divorzi in famiglia, perdite improvvise) possono rappresentare un fattore scatenante o peggiorativo. Spesso coesistono altri disturbi: depressione, ansia, disturbi d’ansia sociale, talvolta forme di disturbo ossessivo-compulsivo, anche se oggi il disturbo da accumulo è considerato entità diagnostica autonoma nel DSM‑5.
L’immagine a corredo di questo articolo è stata generata con Google Gemini.
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