Una vita da social, oggi la tappa veronese della campagna di educazione ai social

Quanti anni hai? Hai un profilo aperto o chiuso? Sono domande importanti per l’adulto per capire che tipo di vita online conduce il ragazzo.  E fornire questi strumenti per evitare un cattivo uso della tecnologia è l’obiettivo della campagna itinerante “Una vita da social”, che tocca oggi il suolo veronese per la tappa numero 33 delle 47 previste.

Promossa dalla Polizia di Stato in collaborazione con la Polizia postale e giunta alla quinta edizione, il tir accoglie in Piazza Bra i giovani studenti per presentare loro i rischi della vita social e permetterli in condizione di affrontare la vita online con la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni.

«La campagna sta avendo molto successo, lo scopo è sensibilizzare sopratutto i giovani sui rischi di un uso non corretto della rete, per evitare insidie come l’adescamento, il cyberbullismo, che spesso fanno vittime per un utilizzo non consapevole del web e dei rischi che può nascondere insieme alle mille potenzialità» ha dichiarato il vicequestore vicario Giuseppe Maggese.

«Fino a 10 anni il bambino non capisce cosa consultare, non esiste un’educazione alla navigazione – chiarisce la dirigente Alessandra Belardini del compartimento in Veneto della Polizia postale – ma è indispensabile il parental control esercitato dalla famiglia. Dai 12 ai 14 anni siamo ancora nell’ambito della non imputabilità, per cui si deve parlare di una crescita alla navigazione, con la consapevolezza che il divieto tout court non porta a nulla.»

«Bisogna convincere i ragazzi – prosegue la dirigente – che su Internet ci sono cose fantastiche e altre che celano grandissimi rischi. Dai 14 anni in poi subentra il concetto di imputabilità, bisogna spiegare che ogni azione nella vita reale e nella vita virtuale compiuta sotto la propria responsabilità, con le proprie credenziali e con il proprio nome implica l’essere coinvolto in prima persona, fino a prova contraria. La soglia di attenzione deve essere mantenuta alta».

La campagna vuole far riflettere i ragazzi su aspetti che spesso non considerano, specialmente la confusione tra ciò che è vero e ciò che è virtuale. Bisogna trasmettere il messaggio che non tutto ciò che appare sul web è realmente cio che è. I rischi sui social possono essere di due tipi: una prima categoria è l’uso del web dal parte del minore per denigrare – volontariamente o meno – un altro minore.

«Non si nasce cyberbulli, si è bulli anche e in prima battuta nella vita reale, il web amplifica un comportamento che il bullo mantiene nella vita offline. Esiste poi un altro aspetto, il rischio legato alla confusione tra vero e falso legato all’adescamento online, per arrivare alla pedopornografia sul web, un tema che va maneggiato con molta cura. Spesso i ragazzi si sentono grandi, ma alcuni concetti devono essere elaborati e spiegati per evitare che si chiudano nei confronti dei genitori o di chi li vuole davvero aiutare».

Negli anni il corso ha via via aggiustato il tiro, passando dalla formazione mirata ai ragazzi alla formazione rivolta a genitori e insegnanti, moltiplicando in questo modo l’efficacia della campagna che raggiunge più velocemente un maggior numero di studenti.