Riciclaggio per 75 milioni, scoperte 18 società fittizie, indagati anche veronesi

Tra gli 81 indagati, di cui 12 arrestati, figurano anche quattro veronesi residenti tra Cerea e Gazzo Veronese. Complessa la piramide criminale strutturata in 6 cooperative e 18 società che esistevano solo sulla carta. Il  giro d’affari stimato dai carabinieri è di circa 75 milioni. L’indagine, partita nel 2016 per alcuni prelievi sospetti negli uffici postali di Cerea, ha portato a svelare i lineamenti principali dell’attività di riciclaggio che andava avanti da anni. Al momento non sono stati trovati, ma non sono esclusi dagli investigatori, legami con la criminalità organizzata. 

L’ombra di “Black Money”, come è stata denominata l’operazione, tocca Verona, Brescia e Bergamo: dodici le persone arrestate, di cui dieci ai domiciliari (misura che ha colpito anche i quattro veronesi coinvolti). In carcere dal 21 febbraio sono, invece, finiti i due presunti vertici della piramide criminale, un calabrese ora detenuto a Brescia e un bergamasco ristretto nel carcere di Bergamo. Secondo i carabinieri, erano loro alle redini della composita struttura che constava di 18 società inesistenti e sei società cooperative  “vere” (con tanto di 1.300 i soci-dipendenti) che offrivano servizi in ambiti disparati (dalla macelleria all’edilizia passando per l’ecologia, il facchinaggio) e che, con un complesso meccanismo di falsa fatturazione, riuscivano a dichiarare all’Erario una quota imponente, quanto falsa, di costi da detrarre. Il gioco stava tutto nell’ottenere poi la compensazione con i tributi INPS dovuti.

Le somme generate dall’inganno venivano poi versate sui conti correnti delle 18 società “cartiere”, esistenti solo sulla carta, nate e morte nell’arco di qualche mese appena. Questi fantasmi aziendali giravano il denaro in conti correnti di alcuni privati (almeno 61 i conti riconducibili alle imprese fittizie). A questo punto, entrava in scena l’esercito dei “prelevatori”,  una fitta rete di persone che per 50 euro al giorno si prestava ad essere la base solida dell’architettura criminale: il lavoro consisteva nell’andare quotidianamente a prelevare, ai vari uffici postali del Nord Est, in piccole quantità, il denaro versato che veniva poi consegnato ai cosiddetti “capisquadra” i quali  facevano da tramite diretto con i due soci al vertice. Le 17 perquisizioni effettuate nel febbraio scorso hanno permesso di accertare che 37 milioni (dei 75 complessivi) sono tornati in tasca ai due indagati principali (a uno dei due è contestato oltre al riciclaggio anche il reato di auto-riciclaggio), mentre 38 milioni sono stati trasferiti in conti all’estero (Croazia, Ungheria, Cina e Malta).

Eventuali collusioni con ambienti associabili alla criminalità organizzata sono al vaglio delle indagini che continuano in sinergia con la Guardia di Finanza. Tutti gli 81 indagati sono di nazionalità italiana, tranne una donna che è di origine cinese.