Donato Giovanni Cafagna, «Vorrei aprire la Prefettura al territorio»

Il neo rappresentante del Governo, nominato Prefetto di Verona il 7 marzo scorso, si è insediato nel Palazzo Scaligero il 25 dello stesso mese. Tra le sue prime volontà, quella di avvicinare sempre di più la Prefettura al territorio, con incontri, approfondimenti, momenti di formazione che tendano a coinvolgere tutti gli attori del tessuto socio economico veronese, con l’obiettivo di assicurare ai cittadini il più ampio rispetto della legalità.

Ci accoglie con molta cordialità nel suo elegante ufficio di via Santa Maria Antica. È un giovedì mattina di inizio aprile e sono passate da poco le dieci. Donato Giovanni Cafagna, neo Prefetto di Verona, sembra essere perfettamente a suo agio nel ruolo che gli è stato assegnato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 7 marzo. Solo poche settimane per ambientarsi nella nuova città, ma sufficienti, visti anche gli eventi legati alle manifestazioni pro e contro il Congresso mondiale delle Famiglie, per mettere alla prova tutta l’esperienza professionale del nuovo rappresentante del Governo sul territorio scaligero.

Nato a Barletta il 24 giugno 1961, Cafagna, dopo la laurea in giurisprudenza è entrato nei ruoli dell’Amministrazione civile dell’Interno il 30 dicembre 1987. La sua prima sede di servizio è stata Bari, città dove ha lavorato per oltre tre lustri. Nel 2011 è stato trasferito a Milano, dove ha svolto le funzioni di capo di gabinetto sino al novembre dell’anno successivo, quando è stato incaricato di coordinare gli interventi per il contrasto degli incendi dei rifiuti in Campania. Sposato e padre di due figli, Donato Cafagna è stato nominato prefetto il 10 agosto 2016. Prima di arrivare a Verona è stato due anni Prefetto di Taranto.

Signor Prefetto, partiamo proprio dalle recenti manifestazioni in occasione del Congresso delle Famiglie. Subito un’occasione per mettere alla prova la macchina organizzativa…

È evidente che quando su un territorio c’è una presenza così numerosa, oltre 50 mila persone, occorre organizzare un sistema di gestione della sicurezza che richiede uno sforzo particolare alle forze dell’ordine e un coinvolgimento da parte di tutta la città. Abbiamo lavorato cercando di porci un obiettivo, ovvero quello di consentire a tutti di manifestare liberamente, così come prevede la nostra Costituzione, e che tutti potessero farlo in serenità in un contesto, come quello di Verona, molto sensibile.

Col senno di poi possiamo affermare che siete stati in grado di gestire al meglio una situazione potenzialmente delicata dal punto di vista dell’ordine pubblico…

Lo sforzo ha prodotto un risultato positivo, che assume ancor più rilevanza per il fatto che tutti i partecipanti alla manifestazione hanno percepito una disponibilità a consentire loro di manifestare liberamente e quindi che ci sia stato un grande rispetto nei loro confronti e della città.

Il Prefetto nel suo ufficio

Due settimane sono poche per farsi un’idea di una città, ma magari abbastanza per avere un imprinting iniziale. È così?

È vero, due settimane sono poche, tuttavia bisogna dire che in queste due settimane ci sono state tante situazioni, tanti eventi, tanti particolari momenti per cui davvero è emersa una caratteristica di Verona, quella di essere molto effervescente, ricca di iniziative, una città che davvero nel quadro nazionale, ma anche internazionale – e il Vinitaly ne è testimonianza – è in grado di avere un ruolo da protagonista. Per me è stato un impatto molto positivo.

C’è stato un contatto con il suo predecessore, Salvatore Mulas, per uno scambio di informazioni sulla città, sulle sue dinamiche, sui suoi protagonisti?

Mi sono sentito nell’immediatezza della nomina con il collega che ha voluto chiamarmi e farmi i suoi auguri. Mulas ha lavorato bene, ne ho la percezione, incontrando la gente, avendo un ritorno diretto di quanto è stato fatto. Un lavoro molto attento e profondo soprattutto su alcune dinamiche importanti come quelle legate alle infiltrazioni mafiose. Una strada segnata sulla quale bisogna continuare ad agire con determinazione.

In che modo?

Di sicuro tenendo conto che non è sufficiente l’attività di prevenzione che viene svolta con le interdittive, né il contrasto che viene svolto dall’autorità giudiziaria. Dobbiamo provare a fare qualcosa in più: lavorare insieme con le associazioni di categoria, con le organizzazioni sindacali, con gli operatori economici, con le banche per cercare di rendere questo tessuto economico e sociale sempre più coeso e refrattario ai tentativi di infiltrazione.

Quali sono i fattori che accelerano la metastasi mafiosa?

La difficoltà di accesso al credito, ad esempio, un fattore che può spingere gli operatori economici verso l’usura o favorire l’ingresso di capitali non limpidi nelle società o nelle imprese.

Le 17 interdittive antimafia emesse del suo predecessore pesano come un macigno su un territorio come quello veronese, poco abituato a questo tipo di provvedimenti. Aveva ragione Leonardo Sciascia quando parlava della linea della palma che sale al nord?

Le organizzazioni criminali sono cambiate. È superata l’idea della “coppola storta”. Sempre di più abbiamo a che fare con professionisti in giacca e cravatta che non si propongono con l’intimidazione e la violenza, ma usando altri sistemi ancora più pericolosi perché tendono a riportare nella loro rete del malaffare gli operatori economici sani. È cambiato l’approccio con il territorio e con l’economia e noi dobbiamo essere pronti a cogliere questo cambiamento che da anni si è materializzato in molte parti del nord Italia.

Lei ha lavorato anche in occasione di Expo Milano. Anche lì ha avuto modo di verificare situazioni non chiare?

Ho lavorato per Expo nella fase di avvio delle attività e la scelta che è stata fatta è stata quella di operare con un protocollo di legalità e con la realizzazione di una banca dati in cui le forze dell’ordine avessero la possibilità di acquisire le informazioni su tutti i processi di appalto e sugli interventi che erano in programmai. Con la Prefettura di Brescia stiamo riproponendo la stessa strategia per i lavori dell’alta velocità Brescia-Verona.

Infrastrutture e grandi opere sono da sempre attenzionate dalla criminalità organizzata. Ci sono altre frontiere su cui il malaffare sta intervenendo? L’ambiente, ad esempio?

I gruppi criminali guardano con interesse al settore turistico alberghiero, a quello dell’autotrasporto. Ambiente? Certo. Ho lavorato quattro anni e mezzo nella cosiddetta “Terra dei fuochi” per contrastare i reati ambientali, non solo quelli della criminalità organizzata, ma anche quelli di inciviltà e delinquenza comune: dalla gestione dei rifiuti che provengono dalla raccolta urbana a quelli di provenienza industriale. Questo è un settore che va monitorato costantemente.

Il territorio veronese, negli ultimi anni, ha lamentato, in particolare, un’escalation di furti in abitazione. Anche il tema dell’accoglienza ha diviso la popolazione…

Aggiungerei un altro fenomeno, quello delle truffe, in particolare agli anziani. Ma anche attraverso la rete, attraverso internet che è un altro fenomeno che ho visto abbastanza diffuso.

Per quanto riguarda i furti, sembra esserci una differenza sostanziale tra quelli che sono i dati ufficiali e quella che è una percezione del cittadino. Come possiamo interpretare questa situazione?

La percezione che il cittadino ha della sicurezza non va mai sottovalutata perché è l’indice della qualità della vita e di vivibilità di un territorio. Ho condiviso con i componenti del Comitato di sicurezza, una strategia che vogliamo portare sul territorio. La mia idea è quella di organizzare delle riunioni per ambiti territoriali omogenei che coinvolgano più comuni in modo da realizzare una fase di ascolto diretta presso i municipi dei diversi comuni per discutere con gli amministratori comunali in prima battuta, che sono poi i portavoce delle esigenze del territorio, ma anche con le associazioni di categoria o le organizzazioni sindacali, o con alcuni comitati cittadini che abbiano voce su questi temi.  A una fase di ascolto devono seguire modelli di intervento elastici in relazione alle esigenze dei vari territori. Già si fa tanto, ma dobbiamo cercare di rendere la nostra attività sempre più corrispondente alle aspettative della gente.

Accoglienza: l’emergenza è passata?

I numeri dell’accoglienza si sono ridotti, però ancora siamo sulle 1800 presenze sul territorio veronese. In queste settimane è stato pubblicato il nuovo bando contenente le linee guida date dal ministro che sono state definite anche d’intesa con l’Autorità nazionale anticorruzione e che prevedono diverse modalità di accoglienza: gruppi piccoli o addirittura gruppi autonomi di tipo famigliare o centri che comunque non devono superare le 100/150 unità per evitare di fare dei grossi hub che poi sono di difficile gestione. In questa fase è possibile farlo. Ogni scelta verrà fatta in condivisione con le amministrazioni comunali.

Si vigilerà molto sulle società o sulle realtà che offrono accoglienza?

È indispensabile farlo. Affiderò alle forze dell’ordine un monitoraggio preventivo sulle ditte che partecipano alle gare e poi anche successivo con controlli costanti che faremo con il gruppo insediato presso la Prefettura o con gruppi specifici.

Ci sono altri temi, purtroppo, di grande attualità: violenza domestica, femminicidi.

Dobbiamo avere un’attenzione particolare verso quelle situazioni di fragilità che sono presenti nella società e che richiedono spesso la necessità di un raccordo istituzionale forte. Lei parlava del femminicidio: lavorare con i comuni, le regioni e mettere in relazione su questi temi le forze dell’ordine con il sistema socio-sanitario quando c’è una situazione patologica è indispensabile, perché spesso la repressione non è sufficiente. Bisogna fare altro, bisogna tutelare le vittime che non sono solo le donne, ma sono spesso i bambini all’interno di una famiglia.

In crescita anche i numeri legati allo spaccio di sostanze stupefacenti e all’abuso di alcol tra i giovani…

Ho proposto all’Unità sanitaria di Verona un protocollo d’intesa proprio sul fenomeno dell’uso delle sostanze stupefacenti: l’obiettivo è quello di affiancare qui in Prefettura alla figura dell’assistente sociale anche un esperto, un medico, in modo che ci sia un quadro di intervento il più ampio possibile. E poi che ci sia la volontà di lavorare a fondo nelle scuole per la formazione, affinché i ragazzi, che sono in una condizione di grande fragilità rispetto a questa aggressione che avviene nei loro confronti da parte di chi vuole proporre le sostanze, siano in grado di avere le informazioni necessarie e le informazioni giuste, non quelle che trovano sulla rete che spesso sono una disinformazione.

Pensa che i giovani siano ricettivi di fronte a questo tipo di messaggi?

I ragazzi sono abbastanza sensibili quando capiscono che rischiano la vita consumando sostanze stupefacenti che non sono più quelle di una volta. Anche quelle considerate “naturali” sono addizionate con sostanze chimiche per elevare il grado di assuefazione e dipendenza. Vorrei aprire la Prefettura al territorio su questi temi, aprirla fisicamente attraverso una serie di incontri. Ci sto lavorando. Altrove ci sono riuscito, vorrei farlo anche qui.

Il suo auspicio per questo percorso che sta iniziando qui a Verona?

Di riuscire a interpretare al meglio le esigenze della comunità e della gente e di mettermi al loro servizio rendendomi utile come raccordo tra le istituzioni e tra queste e i cittadini.

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