Claudio Baglioni e la sua impresa all’Arena di Verona, “Capitelli coraggiosi”
Ricerca, innovazione, nuova misura e nuovo stile per un cambiamento dello spazio teatrale che è recuperare il valore identitario del luogo, e l’impresa ha il sapore del nostro Rinascimento, l’uomo al centro.
di Daniela Cavallo, architetto
Forse 30 gradi. Di sicuro un‘umidità pesante, afa. Ciò nonostante una fila di gente ad aspettare l’artista per il saluto e i ringraziamenti della città. Tre giorni di concerto, una città che ha interagito con l’evento attraverso il monumento più importante identitario, l’Arena. E l’atmosfera, che della città è carattere. Un’Arena che, dopo un secolo, è stata valorizzata nel suo essere “tutto intorno” teatro, è ritornata a propria natura, luogo di rappresentazioni circensi, ma anche giostra con quelle cavalchine o tauro- machie che fino alla fine dell’Ottocento erano spettacolo, teatrini in legno e messe in scena che at- traverso la tecnologia hanno cambiato materiali ma non le emozioni; un’architettura quale naturale strumento competitivo per l’innovazione dell’impresa.
L’architettura ha in sé il valore di “essere per il sociale”, si pone tra la società e i significati che la stessa vuole trasmettere, si frappone tra un dentro e un fuori, facendosi specchio di chi la desidera, la pensa, la usa; l’architettura è modello, strumento, medium, elemento di comunicazione di massa, un “mass media”, ma anche un “social media”, luogo reale e non virtuale dove è necessario ritrovarsi, incontrarsi. Un’Arena.
Uno spettacolo, oggi, che ha riportato il palco al centro e gli artisti come gladiatori ad uscire dai vomitori in uno spettacolo che comincia prima di salire sul palco. Gli abitanti partecipi e riconoscenti di “Un’arena così mai vista!” – “E’ uno spettacolo nello spetta- colo”. E’ nuova vita. “Finalmente il palco al centro!”. Tutti orgogliosi di questa co-produzione di valore, impresa e territorio, di questa bellezza che ci appartiene, ed è Ri-nascimento. Un fare che è arte, come una bottega di Raffaello, quel palco al centro come uomo vitruviano di Leonardo, un’impresa che è lancia di quel San Giorgio il drago e la Principessa che stanno appesi nella chiesa di Sant’Anastasia non molto distante dall’Arena e nell’arena sono scesi per produrre cultura.
Un miracolo. Come quello dello Schiavo dipinto da Tintoretto, tutti spettatori intorno all’evento, luce, colore, meraviglia. Partecipazione. Non si smetterebbe di cucire ed annodare fili invisibili che spuntano ovunque, che fanno quel made in Italy che a volte non sappiamo riprodurre. Qui si. “Questo artista ha fatto il miracolo”. Ha alzato il velo sopra l’arena, recuperando il compito dell’ar- te di disvelare, ha reso possibile una nuova avanguardia, uno spettacolo come “Parade” quei Balletti russi di Sergei Diaghilev in scena nel 1917 al Théâtre du Châtelet a Parigi, musicato da Erik Satie,
su poema di Jean Cocteau, costumi e scene di Pablo Picasso. Contaminazione e reciprocità, cam- biamenti che lasciano il segno, sono rigenerazione urbana. Un tempo nuovo o un nuovo tempo.
Avanguardia e classicità. Quel rispetto nei confronti della storia che è mettere “ordine”, dare senso, logica temporale e di misura, bellezza. Un cambiamento che, con il coraggio dell’impresa, definisce nuovi canoni per il futuro, un nuovo stile. Capitelli coraggiosi.
Mi dicono di sedermi in fondo, aspetto. Una sala stampa ancora vuota prima di riempirsi. Cerco di nascondermi tra quelli seduti davanti, scivolo verso il basso della sedia, aspetto in silenzio il mo- mento di spostarmi. Senza respirare. Vorrei essere il gatto dipinto nel telero di fianco. Io me ne an- drei. Sono disorientata non a mio agio. Scapperei. Mi incolla il bisogno di confronto per la mia ricerca e il piacere di conversare con l’artista, con la persona, con l’architetto, che è stato sorpresa e soddi- sfazione, in una sete di conoscenza per trovare conferme. Quei concerti nei Teatri più belli d’Italia, lui e il pianoforte, quel foglietto trovato tra le corde, quella casa per i pianoforti abbandonati come Uomini persi. Ho studiato. Vorrei trovare un tempo diverso, perché parlare di architettura è cosa intima, faccio appello all’espe- rienza per trovare nell’imbarazzo coraggio. Mi spostano in una saletta.
Ripeto le domande tra me per mantenere il filo del discorso, ho un milione di cose da chiedere, vi- sioni da condividere. Come le è venuta l’idea del palco al centro? Che legami con l’anfiteatro? Qua- li con l’architettura e il suo rapporto spazio/tempo? Che cosa è per Lei Bellezza? Ha fatto Lei il progetto, gli esecutivi? Quali difficoltà? Quali le problematiche? Che pensa dei luoghi d’arte? Uti- lizzarli per un quotidiano che sia valore? E mille altre, come giorni. Entra. Mi si avvicina ed io reciprocamente per salutare e presentarsi, gli prendo il braccio e chiedo aiuto perché mi sento un pesce fuor d’acqua, lo sento scoglio, l’unico che possa capire il mio linguaggio, sono sincera. Trovo una persona squisita, garbo ed eleganza sono gli stessi che trovi nel concerto e nello spettacolo, professionalità e mestiere oltre il palcoscenico, al centro c’è l’uomo e l’umanità, il sapersi relazionare. Lo guardo, lo scruto mi è conferma di ipotesi che vorrei far diventare tesi di una ricerca che vede l’impresa umanistica come obiettivo da confutare. Lui fa altrettanto, con domanda diversa che non svela.
Porto in dono un libro di architettura e i saluti istituzionali, mi chiede la dedica (io a lui?! che scri- vo? Dottor? Ma no! Mi incalza). Ci sediamo vicini e lì comincio a costruirmi una zattera, i pensieri si accavallano: vorrei poter spiegare perché sono qui e che cosa faccio, sicura di trovare come seme terra nell’altro. Parlo. Parlo così tanto per portarlo nei miei pensieri, nella mia ricerca, assetata, che il tempo passa. Scade. Non sono riuscita a dire tutto, soprattutto non sono riuscita a chiedere tutto quello che mi stava a cuore. I tempi di una ricerca, diversi dal giornalismo, hanno la lentezza come approccio, ancora di più se si cercano fili da annodare, il mio lo è stato troppo. Non ho quel mestiere.
Leggo un po’ di smarrimento nel mio nobile interlocutore, ma anche di sorpresa. Vorrei portare tutti in giro per la città a vedere bellezza, portarli sul mio terreno, o territorio che sia, lì sarei più sicura; come davanti all’affresco di Pisanello che è origine di questa nuova impresa. La mia.
Al nominare l’autore e l’affresco annuisce, come chi conosce già. “L’arena è una magia straordina- ria, sono molto orgoglioso di questa impresa. Abbiamo raccontato un’altra storia, il racconto di una vita attraverso la musica. E questo luogo è stato luogo iniziale significativo e importante. Un inizio e una fine, forse, ancora qui.” Sui luoghi storici racconta di una sopralluogo al Colosseo per un pro- getto: “Chiudere i luoghi storici, renderli musei è toglierli vita, funzione originaria”. In effetti mu- seificare è snaturare il ruolo dell’architettura di tutti i secoli, a servizio dell’uomo e per la qualità della vita che sia bellezza. La differenza la fa il “come”. Quel “come” si chiama progetto. Un’idea, una intuizione che l’architetto Baglioni ha disegnato con- frontandosi con lo spazio e la storia del nostro monumento, l’Arena, con la città, e con la Soprin- tendenza, con le istituzioni, come qualsiasi progetto deve fare per le dovute approvazioni, non senza qualche timore, ma ha trovato accoglienza come ogni buona idea dovrebbe avere.
Siamo già tutti in piedi, ed io mortificata saluto a malincuore “Sarebbe bello se restasse ancora un po’”. Starei zitta, aggiungerei, sono brava ad ascoltare, Adesso (come la vita) mi vengono altre do- mande. Promette un rivedersi per continuare la conversazione. Vorrei fosse questo incontro strategia per trovare insieme tutti i “ri” di questo Rinascimento che l’artista-architetto-imprenditore-illuminato ha messo in atto: 50 come 500, quel 1500 che ci contrad- distingue nel mondo. Racconterò ai miei studenti tutto quello che non sono riuscita a chiedere, ma che ho sentito, e tutto quello che non è riuscito a raccontarmi, ma che ha da dire, perché ci sia per loro occasione di conoscere questa impresa, per me di portare avanti la mia, al di là dell’evento. Oltre.
Grazie! Aspettiamo di sapere quando tornerà in Arena, per rimanere un po’ di più, per capire e scri- vere di questa sua buona idea. Buon anniversario architetto Claudio Baglioni, e la prego, non prati- chi, sarebbe concorrenza sleale. E adesso la Pubblicità.
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