Case di riposo, i sindacati chiedono riforme strutturali

Case di riposo in Veneto: «No a spot elettorali, serve una riforma strutturale per evitare nuove stragi». Per Spi Cgil, Fnp Cisl e Uilp Uil i 30 euro di quota di accesso sperimentale sono insufficienti.

case di riposo

«Per scongiurare nuove stragi nelle case di riposo venete servono riforme strutturali e non spot elettorali. In questo momento, però, la Regione sembra interessata più al consenso in vista delle elezioni che a una riforma complessiva delle Rsa» affermano Spi Cgil, Fnp Cisl e Uilp Uil del Veneto, «la recente introduzione della nuova quota sanitaria d’accesso di 30 euro è un esempio. Un intervento utile, ma estemporaneo perché sperimentale (durerà fino al 31 dicembre 2022), e che non risponde né alle esigenze di chi è senza impegnativa, né tantomeno all’annoso problema delle rette troppo elevate per le famiglie».

Elena Di Gregorio, Vanna Giantin e Fabio Osti, segretari generali dei sindacati dei pensionati di Cgil, Cisl e Uil del Veneto tornano a incalzare palazzo Balbi sulla questione delle case di riposo della regione che, durante il Covid, hanno dimostrato tutta la loro fragilità e inconsistenza soprattutto dal punto di vista sanitario.

In attesa di conoscere le conclusioni della Commissione d’inchiesta del Consiglio regionale sulla gestione delle Rsa durante l’emergenza, secondo i sindacati le centinaia di decessi nelle strutture per anziani (circa il 40% del totale dei morti in Veneto) devono indurre la Regione subito a una revisione complessiva del sistema, partendo anzitutto dalla riforma delle Ipab, battaglia che Cgil, Cisl e Uil portano avanti da vent’anni senza ottenere risposte concrete. 

Il Covid ha evidenziato in modo drammatico le carenze del sistema delle Rsa in Veneto, continuano i rappresentanti dei pensionati: «Manca una revisione complessiva, non esiste una analisi dei fabbisogni dei singoli territori e non si prende in considerazione il ruolo che hanno ormai assunto le case di riposo in una società sempre più anziana».

In queste strutture l’aspetto sanitario, divenuto prevalente visto anche l’alto numero di ultraottantenni non autosufficienti, è affrontato ancora in modo marginale e insufficiente. Denunciano Spi, Fnp e Uilp: «In media, ogni cento ospiti, ci sono otto, nove infermieri che si turnano. E, quanto ai medici, sarebbe opportuno che avessero la specializzazione in geriatria. Anche le attrezzature sanitarie, quelle che ti possono salvare la vita, sono totalmente inadeguate. Siamo infine molto preoccupati dalla tendenza del personale sociosanitario a “scappare” dalle case di riposo venete alla prima occasione utile: per frenare questa emorragia, l’unica soluzione sarebbe migliorare i loro contratti di lavoro equiparandoli a quelli del pubblico».

I pensionati chiedono da tempo una riorganizzazione delle Rsa, che devono rientrare nella filiera sociosanitaria con particolare attenzione alla qualità della cura e ai criteri di accreditamento. «In Veneto abbiamo circa 360mila ultraottantenni, di cui oltre metà non è autosufficiente in modo totale o parziale», concludono Di Gregorio, Giantin e Osti, «questi dati sono destinati a crescere nei prossimi anni, palazzo Balbi non può perdere altro tempo: la Regione interrompa gli spot elettorali e proceda a una vera riforma strutturale. Altrimenti significa che l’epidemia non ci ha insegnato proprio nulla».