Uno studio coordinato da Verona apre una nuova strada per la stenosi aortica

Redazione

| 16/03/2026
Una ricerca dell’Università di Verona pubblicata sull’European Heart Journal mostra che valutare la funzionalità delle coronarie migliora gli esiti nei pazienti sottoposti a Tavi.

Curare il cuore dei pazienti più anziani e fragili è una sfida sempre più frequente. Molte persone che soffrono di stenosi aortica severa, una grave malattia delle valvole cardiache che ostacola il passaggio del sangue dal cuore al resto dell’organismo, presentano anche restringimenti nelle arterie coronarie. Stabilire se queste lesioni debbano essere trattate oppure no è una delle decisioni più delicate per i cardiologi. 

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Una ricerca pubblicata sull’European heart journal e coordinata dall’Università di Verona suggerisce che un approccio più mirato, basato sullo stato funzionale delle coronarie, può migliorare gli esiti clinici e ridurre la mortalità. Lo studio, chiamato Faitavi (Functional assessment in Tavi), è stato guidato dai cardiologi Flavio L. Ribichini, direttore della Clinica Cardiologica dell’AOUI di Verona, Roberto Scarsini e Gabriele Pesarinidella sezione di Cardiologia del dipartimento di Medicina, con il coinvolgimento di numerosi centri cardiologici italiani. 

Di questo studio e degli altri condotti in questo ambito si è parlato in occasione del seminario “Building the future of cardiology together” che si è tenuto venerdì 13 marzo al Centro Marani dell’ospedale di Borgo Trento promosso dalla Scuola di specializzazione in Malattie dell’apparato cardiovascolare dell’ateneo. Nel corso dell’evento, è stato presentato il nuovo bando della borsa di studio intitolata alla memoria diMichele Pighi, cardiologo e docente di Cardiologia dell’ateneo scaligero scomparso nel settembre 2022. Ha partecipato all’evento Stefano Andreaggi, specialista in Cardiologia e vincitore della scorsa edizione, in collegamento dal Massachusetts General Hospital di Boston. Presente anche Daniele Pighi, padre di Michele.  In questa occasione, si è parlato anche delle numerose ricerche scientifiche sostenute dall’ateneo scaligero, che contribuiscono a portare la cardiologia veronese tra le realtà più all’avanguardia nella ricerca internazionale. 

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La stenosi della valvola aortica colpisce soprattutto gli anziani e negli ultimi anni viene spesso trattata con una procedura mini-invasiva chiamata impianto transcatetere della valvola aortica, nota con l’acronimo Tavi (Transcatherer aortic valve implantation). Durante questa procedura i medici inseriscono unanuova valvola cardiaca attraverso un sottile catetere introdotto generalmente da un’arteria della gamba e guidato fino al cuore. La valvola artificiale viene quindi posizionata all’interno di quella malata e la sostituisce senza la necessità di un intervento chirurgico a torace aperto.

Tuttavia, una parte significativa dei pazienti che devono sottoporsi a questa procedura presenta anche malattia coronarica, cioè restringimenti delle arterie che portano sangue al cuore. In questi casi i medici devono decidere se intervenire con angioplastica e stent oppure se evitare il trattamento.

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«Finora la scelta è stata spesso guidata dall’angiografia, cioè dall’immagine radiologica delle arterie – spiega Ribichini – Ma questa tecnica non sempre consente di capire se un restringimento sia davvero in grado di ridurre il flusso di sangue al cuore. Lo studio Faitavi ha confrontato due strategie: una basata sull’angiografia tradizionale e una guidata dalla riserva frazionale di flusso coronarico, una misurazione che permette di valutare quanto una stenosi interferisca realmente con la circolazione sanguigna del cuore».

La ricerca, condotta in 15 centri italiani, ha coinvolto 320 pazienti con un’età media di 86 anni sottoposti alla procedura Tavi. I risultati mostrano un vantaggio significativo per l’approccio basato sulla fisiologia delle coronarie. Dopo un anno di osservazione, gli eventi cardiovascolari e cerebrovascolari maggiori – tra cui morte, infarto, ictus o nuove procedure coronariche – si sono verificati nell’8,5 per cento dei pazienti trattati con la strategia guidata dalla misurazione del flusso coronarico, contro il 16 per cento di quelli trattati sulla base della sola angiografia. La differenza è stata legata soprattutto a una riduzione della mortalità complessiva.

Secondo i ricercatori, questo metodo permette di intervenire solo sulle lesioni realmente pericolose, evitando procedure non necessarie e riducendo il rischio di complicanze in pazienti particolarmente fragili. 

«Questo studio mette in evidenza il ruolo prevalente della cardiologia di Verona come coordinatrice dei più importanti centri di cardiologia italiani e come istituzione capace di guidare collaborazioni con le principali aziende internazionali che sostengono la ricerca clinica di alto livello», conclude Flavio Ribichini.

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