Quanto passato c’è nel nostro presente? Intervista a Andrea Brugnoli, storico 2.0

Se nell’immaginario collettivo parlando della “figura dello storico” ci immaginiamo uno studioso sepolto sotto una montagna di libri con lui è il caso di dirlo: gli stereotipi cambiano. Andrea Brugnoli, storico veronese laureato a Bologna in Storia agraria medievale con Massimo Montanari (uno dei maggiori specialisti di storia dell’alimentazione a livello internazionale, ndr) e trasferitosi poi a Verona per conseguire un dottorato di ricerca in studi storici e antropologici, ci racconta un po’ di lui e della sua grande missione: «mettere l’informatica a servizio della nostra storia».

Dottore, di cosa si è occupato principalmente nel passato?

Le mie ricerche hanno toccato diversi ambiti tra storia dell’agricoltura e dell’alimentazione, dell’insediamento e dell’organizzazione del territorio nel medioevo, oltre che di applicazioni informatiche alla ricerca storica. Tra i lavori più importanti ci tengo a ricordare il Codice digitale degli archivi veronesi (cdavr.dtesis.univr.it).

Tornando a parlare di storia, tra i vari lavori che ha seguito è nota la sua ricerca sulla novella shakespeariana di Romeo e Giulietta che “sfalsa” in parte il mito. Cosa ha scoperto? 

Cercando di ricostruire il contesto e le ragioni di questa domanda appare come il “mito” di Giulietta e Romeo sia stato creato a Verona, in seguito all’originaria novella di Luigi Da Porto edita nel 1531, ben prima di Shakespeare, da parte di circoli culturali locali. Mi sono dunque domandato il perché di questa accoglienza in loco della novella, con la sua riproposizione in prosa da parte di Matteo Bandello, allora residente a Verona, e in rima dal nobile veronese Gherardo Boldieri. Quest’ultimo identificò già allora la tomba degli amanti e ne trasmise memoria al nipote Girolamo Dalla Corte, autore della prima “storia ufficiale” di Verona, dove la vicenda viene mutata da novella a storia. Quello che mi è sembrato di poter ipotizzare è che la vicenda di Giulietta e Romeo sia stata adottata dal patriziato veronese come strumento ideologico per sostenere la loro egemonia sulle magistrature cittadine minacciata dalle classi mercantili favorite dai Veneziani dopo la guerra di Cambrai. Insomma, il messaggio che i nobili si danno è: «basta farci la guerra, seppelliamo le ragioni di conflitto, altrimenti rischiamo di perdere il controllo del Consiglio cittadino e dunque il potere residuo sulla città». Questa appropriazione locale ha costituito secoli dopo lo schermo su cui si sarebbe proiettata una nuova immagine ideale della stessa vicenda, ricreata, soprattutto col Romanticismo, dai lettori di Shakespeare.

A cosa sta lavorando attualmente?

Ho diversi progetti in corso. Sto curando per conto del Centro di Documentazione per la storia della Valpolicella (cdsv.it), dove svolgo la mia attività di ricerca, una piattaforma informatica che ha in progetto di mettere a disposizione on line pubblicazioni di storia locale (veronastoria.it). Qui è ospitata anche la collana in cui è uscito il contributo di cui abbiamo parlato, Studi veronesi, portata avanti per puro divertimento assieme a un gruppo di amici Massimo Montanarostorici. Mi sto poi impegnando in un Osservatorio per il paesaggio della Valpolicella dove vorrei che la storia fosse considerata come elemento imprescindibile per la programmazione e la tutela del territorio (osservatoriovalpolicella.it). Impresa quanto mai improba, visto che la storia, ovvero la ricerca basata sulle fonti, è il contrario dello storytelling tanto amato dalla politica attuale e dalle forze economiche per dare copertura alle loro scelte. Oltre alla ricerca, sto scoprendo il gusto per la divulgazione: in particolare la storia dell’alimentazione si presta a diventare un ponte con cui mettere in contatto molte persone con il loro patrimonio culturale. Oltre a un pamphlet uscito l’anno scorso e ormai esaurito (Magna e tasi! Paralipomeni a una storia di Verona in cucina) e a una serie di pagine ospitate sul giornale L’Arena dedicate alla storia delle produzioni agricole e alimentari locali, sto preparando una guida divulgativa sulla storia dell’alimentazione veronese. Il tutto, però, su ricerche basate sulle fonti. Insomma: la sfida è trovare il modo di tornare a raccontare storia perché si torni a capire quanto passato c’è nel nostro presente.