Profughi, parola alla Prefettura

Confuse, frammentarie, incomplete, fraintese: le informazioni riguardo all’annosa questione profughi sono tante, anche troppe, facilmente reperibili ma difficilmente comprensibili. Pantheon ha voluto andare fino in fondo alla questione e rispondere a tutte le domande di rito con un professionista d’eccellenza: il Dottor Alessandro Tortorella, Capo di Gabinetto del Prefetto con delega al progetto di accoglienza, che ci ha spiegato qual è l’iter con cui la Prefettura accoglie e gestisce i rifugiati, quali sono le (innumerevoli) difficoltà con cui l’Istituzione deve portare avanti il proprio lavoro, chi sono le persone che arrivano, in Italia e a Verona, ogni giorno e perché sono qui.

Qual è il ruolo della Prefettura nella gestione dell’arrivo dei profughi? Cosa prevedono le normative europee e quali sono i compiti che spettano agli enti locali nell’”Operazione Profughi”?

Innanzitutto definiamo il concetto di profugo; la parola viene usata ormai diffusamente ma con un’accezione impropria. Il termine più corretto è “cittadino straniero richiedente protezione internazionale” ed indica chi arriva in Europa per chiedere una tutela. La normativa europea, che discende dalla Convenzione di Ginevra del 1951 e da norme successive, tra cui il noto accordo Dublino (1, 2, e poi 3) prevede che il richiedente venga gestito all’interno di un programma di assistenza organizzato dal Paese ospitante. In Italia esiste da diversi anni il sistema SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) che fa capo al Ministero dell’Interno e, a livello locale, ai Comuni. Gli Enti locali partecipano ad un bando nazionale, dando la disponibilità per un numero definito di profughi da accogliere, a fronte di un corrispettivo pro capite\pro die di 35,00 euro. Il Soggetto Gestore è tenuto quindi ad erogare una serie di servizi.

GraficoA seguito della guerra in Libia nel 2011 e dei movimenti della cosiddetta “Primavera Araba” c’è stata una prima ondata di profughi sulle coste italiane che, per il numero significativo arrivato anche in poco tempo, ha messo in difficoltà il sistema SPRAR: i posti disponibili si sono esauriti rapidamente in ambito nazionale ed il Governo ha quindi deciso di decretare lo stato di emergenza e di affidare alle Prefetture la gestire emergenziale, interessando la Protezione Civile. La strategia iniziale della Prefettura di Verona è stata allora quella di interagire con gli interlocutori naturali del governo territoriale ovvero, in primis, i Sindaci. Ma purtroppo il risultato è stato alquanto deludente, considerando che dei 98 Sindaci di tutta la provincia di Verona, solo in 3 hanno manifestato la disponibilità a condividere in parte la gestione emergenziale. Preso atto della mancanza di risposte da parte delle Istituzioni, la Prefettura si è allora dovuta rivolgere al settore della cooperazione sociale, alle c.d. Onlus. In analogia con il metodo SPRAR, si è quindi definita una Convenzione-tipo in cui si era prevista l’erogazione -agli enti interessati- di 35,00 euro giornaliere per ogni richiedente, in cambio del servizio di accoglienza e della pensione completa. In particolare, il Gestore deve assicurare la mediazione linguistica, culturale; l’alfabetizzazione, l’informazione giuridica, l’assistenza sanitaria e le spese mediche. Vestiario, 3 pasti al giorno, i trasporti ed i contatti con i diversi enti (Prefettura, Questura, Ospedale) rilascio del codice fiscale etc.) nonché un percorso di avviamento ad un potenziale inserimento lavorativo.

Conclusasi la prima ondata, che tra 2011 e 2013 ha portato a Verona oltre 400 profughi, lo stato di emergenza si è poi concluso.

Nel febbraio 2014 è poi cominciata una seconda ondata massiva di arrivi: da allora il numero di profughi sul territorio di Verona è salito, fino ad oltre 1400 persone. Il Governo ha quindi di nuovo incaricato i Prefetti per sopperire alla carenza di posti SPRAR, senza dichiarare lo stato di emergenza (operazione Mare Nostrum prima e Triton poi). In questa situazione, la Prefettura di Verona ha rinnovato il proprio appello ai Sindaci, senza trovare però riscontro da parte di nessuno. Aumentando esponenzialmente il numero di arrivi, si è provveduto quindi a riattivare le poche Cooperative che avevano già collaborato nel 2011-2013. Nelle more del perfezionamento dei bandi di gara per cercare sempre posti nuovi, la Prefettura ha iniziato a stipulare Convenzioni che prevedono un importo fisso di 30,00 euro (inclusi i 2,50 euro di pocket money) -con affidamento diretto- per indurre i Gestori a partecipare al bando che ha una base nazionale di 35,00 euro. In pochi mesi, a seguito dei continui arrivi, le Cooperative hanno esaurito la disponibilità di posti, per cui si è avviata una nuova formula, coinvolgendo gli albergatori per la parte della “pensione completa”. In questo caso, la  Cooperativa assicura “tutta la parte sociale” per un importo pari a 5,00 euro a profugo. Nel contempo, la Prefettura ha emanato 4 bandi pubblici di gara, andati pressocchè deserti, anche se l’ultimo di aprile 2016 sta per garantire una quarantina di posti nuovi. Le Cooperative coinvolte negli ultimi 4 anni sono state 15; davvero poche rispetto ad altre zone d’Italia, dove ai bandi delle Prefetture aderiscono in molti Gestori.

Qual è l’iter con cui i profughi vengono assegnati  localmente?

I profughi, una volta sbarcati sulle coste italiane, vengono redistribuiti dal Ministero dell’Interno in ogni regione (anche a seguito dell’Accordo Stato-Regioni del 2014) proporzionalmente al numero di abitanti delle regioni stesse e, a livello locale, la stessa operazione viene effettuata su base di riparto provinciale. L’unica Regione che non ha condiviso questa strategia è stata la Regione Veneto. Nelle altre Regioni si è innescato un sistema di compartecipazione strategica insieme alle Prefetture.

Nel veronese invece manca da sempre l’interlocutore istituzionale, l’interlocutore più importante. Il risultato è quindi condizionato essenzialmente dalla mancanza di collaborazione con gli attori istituzionali del territorio. Con l’ultimo bando, si sono ottenuti circa 40 posti. Per fare un esempio, Vicenza ne ha conseguiti in queste settimane 300 e Venezia 500. Ma la ripartizione su base percentuale dei profughi non tiene conto di questo dato, e continua ad essere proporzionale al numero di abitanti, indipendentemente dalla disponibilità o capienza di posti a livello locale.

Gli arrivi dei richiedenti asilo sono al momento imprevedibili nel numero e nella data di arrivo a destinazione. I profughi vengono inviati con pochissimo preavviso temporale (condizionato dagli sbarchi o dagli arrivi per la rotta balcanica) e la Prefettura deve trovare una sistemazione per tutti, con le risorse disponibili. Nonostante questo, si può ad oggi affermare con “orgoglio istituzionale” che in questi 4 anni a Verona mai nessun profugo ha dormito per strada, come purtroppo è successo da qualche altra parte.Grafico

Spesso l’opinione pubblica etichetta il “problema profughi” come un
a situazione di emergenza, creando paura e allarmismo: è giusto che venga definita così? Può darci i numeri di questa “Operazione profughi?

Come già detto, dal 2011 ad oggi sono stati assistiti a Verona oltre 2.000 profughi. L’arrivo di persone e la loro ripartizione proporzionale a livello locale (regionale prima e provinciale poi) è stato incessante negli ultimi anni. Riguardo la questione della paura che si genera in queste circostanze, si ribadisce che fin tanto che i profughi vengono gestiti dalla Prefettura il controllo è molto capillare e si contengono e prevengono diverse ricadute negative sul tessuto sociale. Sono persone che attendono la valutazione della Commissione per la protezione internazionale, ed è nel loro interesse comportarsi secondo le regole di legge e soprattutto, di civile e pacifica convivenza sociale. Nonostante questo, la Prefettura di Verona è molto esigente nel comportamento dei profughi che devono mantenere un comportamento improntato ovviamente al rispetto delle leggi, ma soprattutto alle regole di civile e sociale convivenza. Altrimenti si procede con la diffida e\o la revoca del programma di assistenza. Questo perché vanno tutelati tutti quei profughi che invece si comportano bene.

A proposito di questa valutazione, qual è il compito della Commissione? Quanto può durare l’iter amministrativo che analizza le richieste di chi arriva in Italia?

Prima del 2011 in Italia le Commissioni che valutavano le richieste erano 10. Vista la situazione di emergenza in cui ci siamo trovati in quell’occasione, la Prefettura di Verona ha dato la disponibilità al Ministero di divenire  sezione distaccata di Gorizia. Da allora il numero delle Commissioni è cresciuto, ma ancora non è sufficiente, visti i numeri complessivi: la procedura, che porta i richiedenti di fronte alla Commissione, ad oggi dura circa 8/10 mesi. È evidente che se ogni territorio provinciale avesse la propria Commissione e\o sottosezione, i tempi di attesa diminuirebbero celermente. Le Commissioni valutano i richiedenti con un colloquio individuale, al termine del quale viene deciso se la richiesta sia legittima e comprovata. Per semplificare, quando si spiegano ai ragazzi (perché spesso si tratta di ventenni o poco più), si parla di semaforo verde o rosso. Con il “semaforo verde” il richiedente ottiene un documento che gli consente di circolare liberamente per tutta l’area UE; con il “semaforo rosso” il richiedente ha comunque diritto alla difesa e può presentare ricorso entro 30 giorni; ma se anche il Tribunale competente -che per la normativa attuale per tutto il Veneto è a Venezia- conferma il provvedimento di diniego, la Prefettura emetterà una decreto di espulsione dal territorio nazionale.

Quali sono le criticità che incontrate sul territorio?

Oltre all’inesistenza, di fatto, di Sindaci che si siano dimostrati disponibili a condividere una strategia gestionale e programmatica, si registrano due tipi di comportamenti: da una parte i “sindaci non interessati” a cercare soluzioni per gli arrivi di profughi (sindrome NIMBY), finchè non viene poi interessato il loro territorio; dall’altra i “sindaci contrari per principio” che cercano di ostacolare qualsiasi strategia organizzativa.

La Prefettura continua, anche con l’opportunità di divulgare le informazioni istituzionalmente corrette, a fare appello per la massima condivisione con i Sindaci, quantomeno per affrontare un dialogo metodologico sulla questione: se i profughi ora presenti a Verona fossero stati sin dall’inizio ripartiti proporzionalmente in ciascuno dei 98 Comuni della provincia, risulta abbastanza evidente che il numero di persone\profughi pro-area sarebbe molto più semplice da gestire; e la situazione sarebbe migliore per tutti.

La mancanza di condivisione strategica costringe invece la Prefettura a ricorrere al piano b che è il bando di gara sic et simpliciter o al piano c, che è dato dall’affidamento diretto, nella speranza di trovare posti nuovi con il bando. Questa procedura non consente però alla Prefettura, e men che meno ai Sindaci, di orientare le scelte in modo razionale, consentendo di scegliere con gli Amministratori locali zone del territorio più idonee per reperire le c.d. location, ovvero segnalare  Cooperative sociali presenti sui rispettivi territori, proprio per ripartire l’onere sociale ma anche le somme erogate su fondi in prevalenza europei. Per cui la situazione che si protrae da 2 anni almeno a Verona costringe una sorta di oligopolio (per la carenza di Cooperative disponibili) ed una concentrazione sproporzionata di profughi limitata solo alle aree della provincia ove le Cooperative riescono a trovare gli alloggi. Quanto accade è esattamente il contrario dell’obiettivo strategico ed istituzionale che la Prefettura da 4 anni sta cercando di realizzare. Ma veniamo lasciati soli.Grafico

Proprio questa chiusura, anche strumentalizzata da diversi vettori, ha comportato la necessità di realizzare quella che abbiamo definito in Prefettura come l’”anomalia Costagrande”, non avendo altro modo per alloggiare e gestire i centinai di profughi arrivati in poche settimane nell’estate 2015. E che adesso, con un impegno durato diversi mesi, è stato possibile ricondurre a numeri ragionevoli.

A ciò si aggiunga che -fatta eccezione per la Caritas- che ha sottoscritto una Convenzione con la Prefettura e sta cercando di distribuire qualche altro profugo in qualche rarissima parrocchia resasi disponibile, nessun contenitore riconducibile all’apparato religioso locale si è finora reso fruibile.

Inoltre, per scongiurare l’inoperosità dei profughi che devono aspettare diversi mesi, la Prefettura è riuscita quantomeno a stipulare protocolli con i Sindaci dei Comuni dove sono stati trovati posti perché, a titolo volontario e gratuito svolgano qualche lavoro utile alla collettività locale, come la manutenzione del verde pubblico, la pulizia delle strade o l’imbiancatura delle scuole.

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A fronte di questa chiusura sociale cosa si potrebbe fare?

La Prefettura si rende sempre disponibile a partecipare agli incontri informativi sul territorio per spiegare il fenomeno e la strategia. Anche la diffusione tramite  stampa e social media è molto importante: solo con una conoscenza approfondita del fenomeno, si può capisce davvero quale sia il nostro impegno.. e le difficoltà. Serve uno sforzo di maturità collettiva per comprendere che, poiché il fenomeno nel suo complesso non si può determinare a livello locale, per evitare di subirlo con le peggiori ricadute, va saggiamente condiviso e gestito!