L’ostinazione della primavera

Il canto di marso lo intonavano i giovani per le strade dei paesi nel Veronese. Erano le parole della rinascita che toglievano il gelo dell’isolamento. La primavera, per gli uomini che eravamo, rappresentava l’epilogo del silenzio, la poesia preliminare di ogni pienezza estiva.

I MOMENTI DI PASSAGGIO SONO ATTIMI misteriosi, colmi di fatiche sommerse, a volte, estremamente onerose. Eppure sono epoche rivoluzionarie, dove le grandi forze del divenire riescono a trasformare il passato in un nuovo presente. Per arrivare a questo, però, si ha bisogno di ciò che spesso non abbiamo o non troviamo: il tempo di aspettare. Infinite sono le volte in cui vorremmo che tutto avvenisse come e, soprattutto, quando lo desideriamo. E se non accade ce la prendiamo con noi stessi, con il governo, con il destino, con le cattive coincidenze, con il karma, lo spread, i cattivi consigli, con le ipotesi errate infarcite di se e di ma.

La natura ragiona in modo opposto al nostro: il suo divenire è fatto di attese fiduciose, di austera pazienza, di lavoro lento ma insistente, costante, e di un’unica grande certezza: che prima o dopo tutto ritornerà ad avere un senso. Il problema è che molto spesso, oggi, ed è un’evidenza che è possibile affermare senza cadere in inutili afflati nostalgici, uomo e natura conducono vite parallele che raramente si incrociano, e il fatto che il primo sia totalmente dipendente dall’altra rende tutto ciò perlomeno strano. Niente di nuovo, certo, perché tutto ciò viene già annoverato nel grande magma dei problemi del mondo contemporaneo; con la speranza che non venga annientato dallo stesso magma.

Considerare i processi naturali come scontati, senza rendersi conto di quanto i loro messaggi parlino di noi stessi, del nostro corpo, della nostra mente, della nostra anima, significa creare una distanza tra noi e ciò che siamo; il che è evidentemente assurdo e dannoso.

Il bisogno di celebrare i passaggi stagionali, ad esempio, sottesi a tutta una serie di riti agresti vivi fino alla metà del secolo scorso, desiderio che non si percepisce ormai più se non nelle menti dei bambini, si inserisce in questa dicotomia tra uomo e natura. Se prendiamo ad esempio il periodo dell’anno che stiamo vivendo, in cui tutto ciò che sembrava annientamento e morte, silenzio e vuoto, lascia spazio alla rinascita della vita, piena, rigogliosa, splendida e ridente come solo lei sa essere, non possiamo non essere ammirati dal grande messaggio che ci proviene dalla natura: che la morte non è la fine, e che per rinnovarsi e rinascere bisogna fermarsi.

È interessante notare, a questo proposito, che nel primo calendario romano i 61 giorni invernali non venivano conteggiati, e dopo dicembre si entrava in una sorta di tempo-non-tempo per riprendere di nuovo il conteggio a marzo. Mese in cui i giorni tornavano ad avere un senso.

UN TEMPO I PASSAGGI STAGIONALI sapevano parlare con grande intensità all’uomo e alle comunità in cui viveva. Nel veronese, ad esempio, vigeva un rito che si definiva, con alcune piccole differenziazioni locali, cantar marso. L’ultimo giorno di febbraio, solitamente, e i primi due di marzo, i giovani del paese si inoltravano per le vie o per i campi, facendo un gran baccano con strumenti roboanti e tonanti, a festeggiare il passaggio dalla stagione invernale alla primavera. Soprattutto in montagna e nelle valli, la fine dell’inverno corrispondeva alla possibilità di riallacciare i rapporti sociali, dopo lunghi mesi passati in isolamento nelle proprie contrade intirizzite dal freddo, lontani dal centro del paese che era spesso impossibile da raggiungere a causa del ghiaccio, della neve e del freddo, e nelle stalle, unico caldo riparo grazie al fiato degli animali.

Oltre a ciò, poiché l’arrivo del caldo e della bella stagione riattivava anche allora alcuni ormoni, il cantar marso si incentrava in particolar modo sul pubblico annuncio di nuovi fidanzamenti, attraverso una filastrocca che veniva recitata in forma dialogata; nelle zone di montagna, ad esempio, i ragazzi di diverse contrade si mettevano su due alture contrapposte con campane, secchi, coperchi, e tutto ciò che potesse far baccano, e qui recitavano questa canzoncina in cui, per le prime due sere, si ci divertiva a formare coppie strampalate e a ridicolizzare questi finti fidanzamenti, l’ultima sera, invece, si rendevano pubblici o si formavano coppie realmente innamorate.

Ad autunno inoltrato, lo ricordiamo tutti, era diminuita la luce, i fiori erano appassiti, morte le foglie, le piante sterili. Poi ecco il vento del nord a paralizzare cielo e terra, immobilizzando colori, umori e rumori. Tutto di nuovo perduto. Svanito. Pietrificato dal gelo che annienta, uccide, cancella. E invece, sotto il manto dell’inverno, la terra ha potuto riposare, ritrovare energia, rinascere. Innamorarsi. E farci innamorare.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.