Lo smart working che vorremmo

smart working donne imprenditoria femminile imprenditrici lavoro remoto

Il sindacato della Cisl promuove la modalità che permette ai lavoratori di rendere “agile” la propria professione. Pionieri a Verona e in Italia sono stati gli istituti bancari, ma manca una sensibilità di fondo.

Conviene alle aziende e ai lavoratori. Ha preso piede in Italia, non ancora come si vorrebbe. E si potrebbe. Eppure le potenzialità dello smart working sono molteplici, tanto che la modalità del lavorare “agilmente” è considerata essere parte rilevante della quarta rivoluzione industriale.

Snocciola numeri Fabrizio Creston della segreteria confederale della Cisl di Verona, responsabile del dipartimento industria: «Applicare il lavoro agile, cioè concedere ai collaboratori di svolgere attività lavorativa in parte fuori dai locali aziendali, ha duplice vantaggio per le aziende: incrementa la produttività, favorisce detassazione e decontribuzione». Sotto mano ha le considerazioni del Centro di ricerca “Carlo Dondena” della Bocconi e dell’Osservatorio sullo smart working del Politecnico di Milano: le giornate risparmiate per permessi e malattia oscillano tra 1,2 e 4,8 arrivando a 6,2. Inoltre, spiega, «le realtà aziendali che contrattano con la rappresentanza sindacale l’introduzione del lavoro agile accedono alla detassazione prevista dalla normativa sul salario di produttività e, novità introdotta dal decreto interministeriale del 12 settembre 2017, hanno accesso a contributo economico diretto. Basta depositare l’accordo entro il prossimo 31 agosto e con ottobre il beneficio viene direttamente erogato». Per il resto, è questione di organizzazione nel gestire le attività da casa e verificare strumenti a disposizione, orario ed esercizio del potere di controllo del datore di lavoro.

«Pionieri a Verona e in Italia sono stati gli istituti bancari: settore soggetto a un alto tasso di informatizzazione dei processi, sia interni che in rapporto alla clientela. Ciò ha fatto sì che il lavoro agile fosse una risposta alle profonde trasformazioni, talvolta evitando licenziamenti a fronte di riorganizzazioni che in passato avrebbero visto esternalizzazioni massicce in altri Paesi», evidenzia. Gli esempi virtuosi in riva all’Adige non mancano: «Ad oggi Intesa San Paolo, Unicredit, Banco Bpm, Crowmsource, ovvero altre aziende localizzate in zona fiera in giorni di particolari eventi con questa modalità danno un contributo alla mobilità cittadina, evitando emissioni inquinanti con conseguente beneficio ambientale. Nel 2014 GlaxoSmithKline è stata la prima esperienza di smart working in Italia; il Gruppo Aia ha aderito e Coca Cola di Nogara che ci risulta sperimentare già tale modalità. Alcune aziende metalmeccaniche sono in fase di sperimentazione».

La rivoluzione è in atto. Ma c’è tanto da fare, incalza: «Manca una sensibilità di fondo che permetta di capire le potenzialità di conciliare esigenze di vita e lavoro per le madri e chi ha genitori da accudire». I vantaggi per i lavoratori sono svariati e certi, prosegue il sindacalista: «Quaranta ore annue medie di spostamenti risparmiati (sempre secondo l’Osservatorio del Politecnico), tempi di esecuzione della prestazione diversi da quelli aziendali. Lavoro per obiettivi e risultati concordati. Scelta condivisa del luogo».

Nulla cambia per retribuzione e previdenza, con unica accortezza nei confronti dell’Inail: l’istituto ha chiarito che la copertura in caso di infortunio scatta nel momento in cui l’evento è collegato all’esecuzione della prestazione. Dopo il perché, rimane il come, conclude: «Una volta che l’azienda ha annunciato-concordato con le organizzazioni sindacali tale modalità, definendo quali mansioni e attività vi rientrano, il lavoratore può manifestare la volontà ad accedervi. Si passa quindi alla sottoscrizione di un accordo individuale che disciplini gli aspetti si qui richiamati». Ed è allora che lavorare diventa veramente agile.