“Le parole che siamo”, l’inchiesta di Pantheon 65

Un’indagine condotta da Demos-Coop ha individuato le parole chiave del passato e del futuro. Oltre la sfiducia nelle istituzioni con il linguaggio ostile del “burocratese”e la spesso inutile oscurità del linguaggio pubblico c’è l’importanza della nostra consapevolezza. Perché le parole fanno la differenza e per un futuro più chiaro possiamo partire da parole, quelle del presente, più limpide.

Partiti, politici, sindacati: le parole del passato. Famiglia, merito, bene comune: le parole che guideranno il nostro futuro. E al centro: la Democrazia.

Questo è il “Lessico del Futuro” secondo il sondaggio Demos-Coop condotto a Maggio 2015. Per l’occasione, è stato sottoposto alla valutazione dei cittadini un vero e proprio sillabario, una serie di parole attinte dal linguaggio dei media e della vita pubblica, per misurare il sentimento suscitato da queste parole nel sentire comune. Il risultato è una «mappa del linguaggio del nostro tempo», come definita dal sociologo Ilvo Diamanti, che esprime da un lato una diffusa delusione nei confronti di politica e istituzioni, forse proprio perché incapaci di dialogare in modo chiaro ed efficace con i cittadini, dall’altro la fiducia in quei valori su cui si costruisce il nostro presente e che saranno le fondamenta del nostro futuro. Al confine, tra disincanto e speranza, sta la Democrazia; il termine più controverso e dibattuto, proprio a causa dei cambiamenti che interessano il nostro tempo e che stanno attraversando le istituzioni: i partiti, lo Stato, l’Unione Europea.

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Diritto e dovere di Parola

 In questo scenario, in un’Italia in cui spesso la classe dirigente è incapace di interpretare le reali esigenze della cittadinanza, in un’epoca di “crisi della democrazia” e in una società sempre più complessa, c’è un presupposto imprescindibile: ritornare a prendersi cura delle parole, come incita il giurista Gustavo Zagrebelsky nel suo Decalogo contro l’apatia politica. Il tema potrebbe sembrare materia da linguisti o intellettuali, una questione astratta che non ci riguarda. Tutti però abbiamo a che fare con il linguaggio, ogni giorno, e con la distanza, sempre più ampia, tra le parole e i fatti. Con la perdita di concretezza della nostra lingua.

Inoltre, ricorda Zagrebelsky, più ricca sarà la quantità e la qualità delle parole del nostro “vocabolario collettivo”, più giusti e chiari saranno i nostri pensieri e le nostre idee e, con essi, le nostre capacità di analizzare e comprendere la complessità del tempo presente. Per questo, è dovere di coloro che la lingua della burocrazia, dell’amministrazione, del diritto e dei media la esercitano in modo attivo ritornare a prendersi cura delle parole, perché dire qualcosa comporta (o almeno così dovrebbe), sempre, un impegno di verità. E perché, come afferma Tullio De Mauro, «chi è al servizio di un pubblico ha il dovere costituzionale di farsi capire».

Ma la cura delle parole è anche il compito di tutti i cittadini, i destinatari che questa lingua la vivono in modo (solo apparentemente) passivo, perché capire è un diritto di tutti e la condizione fondamentale per la nostra libertà di parola.

Perché la democrazia non è da cercare solo nella cabina elettorale, nel momento delle «elezioni libere, corrette e aperte a tutti» (Huntington) ma, ancor prima, nel dialogo vivo che è possibile solo quando c’è reciproca comprensione.

E allora partiamo proprio dalle parole del nostro presente, dalla salute nel nostro linguaggio quotidiano per migliorare il presente e magari anche il futuro.

Partiamo dalle parole che usiamo e che definiscono quello che siamo.

 

Le parole precise dell’etica civile

 «Non è possibile pensare con chiarezza se non si è capaci di parlare e scrivere con chiarezza»: il nostro modo di esprimerci è, in qualche misura, anche il nostro modo di essere. Questo afferma il filosofo John Searle e così si apre Con parole precise Breviario di scrittura civile, l’ultimo lavoro di Gianrico Carofiglio, presentato a Padova in occasione della Fiera delle Parole.

Domenica 11 ottobre, lo scrittore, già pubblico ministero, consulente della commissione parlamentare antimafia e senatore della Repubblica, ha dialogato con un attento e partecipe pubblico in un gremito Palazzo della Ragione.

Prima di lui, sono tanti i giuristi, i linguisti, i politici e gli intellettuali che nel nostro Paese e all’estero hanno lamentato la qualità del linguaggio usato dalle istituzioni: una lingua spesso volutamente oscura, che preferisce nascondere invece che mostrare, e lontana dall’italiano quotidiano, quel “burocratese” inutilmente complicato che spreca tempo e risorse.

Non è un caso che già nell’ormai lontano 1998 l’allora presidente degli Stati Uniti d’America Clinton ricordasse in un memorandum che «il plain language (il linguaggio piano, ndr) fa risparmiare tempo, fatica e denaro al Governo e al settore privato».

Da questo dato di fatto e dal «disagio e dall’indignazione per l’uso delle parole in pubblico» nasce l’esigenza di questo libro, ci spiega Carofiglio, «perché occuparsi del linguaggio pubblico e della sua qualità non è un lusso da intellettuali o una questiona accademica. È un dovere cruciale dell’etica civile».

Le società si fondano proprio sulla fiducia in una lingua condivisa e sulla fondamentale responsabilità nell’uso delle parole. Mi impegno a fare ciò che dico.

«La lingua oscura, quella intervallata da continui “Sono stato frainteso” e quella delle leggi, spesso troppo aperta a libere interpretazioni, è profondamente antidemocratica» dichiara, con chiarezza, Carofiglio. Perché laddove c’è oscurità di linguaggio non si può trovare autentica democrazia, quella democrazia che nelle parole di Norberto Bobbio è «l’esercizio visibile del potere».

In poche parole, la certezza del diritto, non è meno importante della sua chiarezza e di quella di tutti i linguaggi pubblici.

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Breve dizionario burocratese – italiano (esempi tratti da Con parole precise Breviario di scrittura civile)

  • Le apparecchiature terminali per servizi di comunicazione elettronica da uso pubblico: I telefoni cellulari
  • Le modalità della segnaletica alla clientela in merito al pagamento del titolo di viaggio: I modi per informare i clienti su come pagare il biglietto
  • La problematica relativa alla tipologia familiare: Il problema dei tipi di famiglia
  • Supportare i processi di valutazione e farsi carico del monitoraggio della loro corretta applicazione in base ai criteri definiti dal C.d. D.: Aiutare nella valutazione e controllare che corrisponda ai criteri stabiliti dal collegio dei docenti
  • La realizzazione del progetto comporta la necessità di una rivalutazione della politica dell’Amministrazione nonché di una ridefinizione dei suoi obiettivi: Per realizzare il progetto l’Amministrazione deve rivalutare la propria politica e ridefinire i propri obiettivi
  • L’azione esecutiva dovrà essere nuovamente sospesa per la sopravvenuta caducazione del titolo: L’azione esecutiva dovrà essere nuovamente sospesa perché il titolo è venuto meno
  • Provvedere al mantenimento: Mantenere
  • Effettuare una cancellazione: Cancellare
  • Procedere a una verifica: Verificare

 

Due parole per un futuro più chiaro 

Cosa fare allora per raggiungere questa chiarezza, di lingua e quindi di pensiero e comportamento?

Per Carofiglio la chiave sta proprio nella semplicità, in quel linguaggio piano consigliato da Clinton, ma già ricercato e auspicato da tanti altri anche in Italia: risale al 1993 infatti il Codice di stile delle comunicazioni scritte a uso delle pubbliche amministrazioni promosso dal Ministro della Funzione Pubblica Sabino Cassese e seguito poi da un più conciso Manuale di Stile (1997).

Certo, prestando attenzione alle date di pubblicazione viene da pensare che di strada se ne sia fatta ancora poca. Nonostante i numerosi studi che dimostrano i comprovati benefici del plain language in termini di risparmio di tempo, di risorse e di denaro sia nel settore pubblico così come nel privato.

«Semplicità non vuol dire tradurre tutto, indistintamente: un “incidente probatorio” non può che essere chiamato così! Bisogna però evitare il più possibile le definizioni astratte e preferire a queste la concretezza delle azioni». Su questo insiste Carofiglio, che parlando di semplicità e chiarezza accenna anche a Papa Francesco e all’efficacia comunicativa delle sue parole. E non è un caso che proprio il pontefice sia l’unica figura condivisa che emerge da quella stessa indagine condotta da Demos-Coop sul lessico del futuro.

 

Due domande per uno sguardo più chiaro

La Costituzione italiana, come ha già ricordato Tullio De Mauro, è un documento di grandissima importanza, non solo per i valori e i diritti che difende, ma anche per la sua brevità e chiarezza. È composta di sole 9369 parole e le sue frasi non superano, in media, le venti parole. Ma ancora più importante, è stata scritta utilizzando 1357 lemmi, di cui più del 92 % appartiene al vocabolario di base che tutti noi conosciamo e comprendiamo.

Spesso si rimprovera al plain language di essere infantile, semplicistico e impreciso ma chi di noi descriverebbe così la nostra Costituzione?

«Guardiamo alla nostra Costituzione nel fare le leggi, alla sua limpidezza ed essenzialità» suggerisce Carofiglio.

Quanto invece ai cittadini, a tutti noi che le leggi non le scriviamo ma le viviamo, è dato il compito di avvicinarci al linguaggio pubblico in modo consapevole, di ascoltare in modo attento e perspicace così da riuscire a rispondere sempre a due domande. «Perché? chi ha scritto questo testo lo ha scritto in questo modo. Come? si sarebbe potuto scrivere in modo più efficace, così da renderlo più adeguato e onesto».

La lingua democratica, quella che include invece di escludere, è quella che combatte l’oscurità non necessaria, che «non ricorre a pseudotecnicismi per dare sfoggio di sé, per esercitare il proprio potere o per occultare la mancanza di contenuti».

È la lingua che, con parole precise, mostra i fatti e le cose per quello che sono, senza paura di chiamarli con il loro nome, ed è «sintomo di virtù civili e fattore di democrazia».

È una “cosa pubblica”, un bene comune al servizio del bene di tutti.