Hugo Pratt e Corto Maltese, raccontati da chi li ha vissuti da vicino

400 opere, per raccontare una storia lunga cinquant’anni: quella di Hugo Pratt, accanto a Corto Maltese. La mostra “Hugo Pratt e Corto Maltese. 50 anni di viaggio nel mito” sarà visitabile a Palazzo Pepoli a Bologna fino al 19 marzo 2017. Noi ci siamo fatti raccontare le emozioni che l’esposizione suscita da Marco Steiner, storico collaboratore del grande artista veneziano.

di Anna Girardi

«Questa mostra non è un’esposizione di opere d’arte, è un viaggio nella vita e nei sogni di Hugo Pratt»: queste le parole di Marco Steiner a proposito della mostra “Hugo Pratt e Corto Maltese. 50 anni di viaggio nel mito” che ha aperto i battenti il 4 novembre a Palazzo Pepoli a Bologna. Otre 400 le opere esposte, una collezione di disegni, acquerelli, chine, riviste e rarità che intendono celebrare Hugo Pratt e i 50 anni del suo alter ego Corto Maltese. Dell’esposizione, del grande artista veneziano e del suo “gentiluomo di fortuna” che ha affascinato intere generazioni abbiamo parlato con Marco Steiner, vincitore del Premio Salgari 2016 con il romanzo Oltremare (che racconta le avventure di un giovane Corto Maltese) e collaboratore di Pratt per molti anni.

 

Ha collaborato con Hugo Pratt a lungo, che emozioni Le suscita rivedere i suoi bozzetti e i suoi disegni originali anni dopo la sua scomparsa?

Mentre passeggiavo lentamente lungo le sale mi sembrava di percorrere la sua casa-biblioteca, entravo nei disegni nel momento esatto in cui li stava tracciando con la china o i pennarelli, sentivo lo scorrere del pennello sulla carta mentre diffondeva colori delicati, macchie liquide, inizialmente incerte ma cariche di visioni che iniziavano a vagare e progressivamente riuscivano a posarsi per descrivere luoghi e sogni. Ho visto il lago di Innisfree mentre i versi di Yeates galleggiavano morbidamente come foglie rosse fra le onde grigie, arrivavano a riva, come note musicali, come un’altra poesia. Questa mostra non è un’esposizione di opere d’arte, è un viaggio nella vita e nei sogni di Hugo Pratt.

Che particolarità ha questa mostra rispetto alle altre dedicate a Pratt?

Questa di Bologna è una mostra che racconta il senso complesso dell’opera di Hugo Pratt, la sua è vera “letteratura disegnata” e qui si sente profondamente perché c’è un qualcosa in più, c’è la magia della passione di chi l’ha realizzata. Le tavole, gli acquarelli, il video e il bellissimo, imperdibile, documentario di Thierry Thomas, si snodano in un percorso da gustare con calma come un bicchiere di vino, una tazza di tè, un film o un concerto. Serve il silenzio e il tempo necessario per distaccarsi da tutto quello che succede fuori, bisogna leggere le parole di Pratt che accompagnano la visione e poi avvicinarsi alle tavole per entrare nei tratti e nei colori, anzi è meglio perdersi in quel mondo. Si può andare molto lontano. Questa mostra è una specie di tappeto volante.

Una sezione importante della mostra è dedicata alla “Ballata del mare salato”, cosa rappresenta quest’opera per Lei e cosa rappresentava per Hugo Pratt?

Le 164 tavole che compongono la Ballata sono esposte in un unico immenso pannello. È un colpo secco per occhi e mente, un fulmine e un tuono insieme, anzi, un tuffo nell’Oceano delle possibilità, nostre e dell’arte che stiamo osservando. L’Oceano Pacifico è il protagonista di questa storia meravigliosa che racconta come in un vero e proprio romanzo di formazione il cambiamento e il percorso di due giovani, Cain e Pandora che si trasformano. All’inizio sono soltanto due rampolli viziati che una tempesta trasforma in naufraghi sbattuti lontano dalle comode atmosfere delle navi delle loro famiglie borghesi. Ma ciò che non finisce cambia e i due giovani ormai sfiniti saranno raccolti fra le onde da un catamarano di strani individui che vengono da un ambiente totalmente differente dal loro. Lentamente avranno modo di capire la differenza fra un pirata e un “gentiluomo di fortuna”, incontreranno i “selvaggi”, sapranno cos’è la guerra, cosa vuol dire l’onore di un soldato, il valore dell’amicizia e del rispetto. In questa storia Corto Maltese non nasce come protagonista, ma lentamente diventa una guida, un moderno Ulisse che deve affrontare varie prove per cercare l’unica cosa davvero preziosa: la libertà. Penso che per Hugo Pratt questa storia abbia rappresentato esattamente questo, l’inizio della vera libertà di scrivere storie complesse senza i limiti d’impaginazione dei giornali che all’epoca (1967) contenevano i fumetti. Florenzo Ivaldi un suo grande ammiratore e mecenate inventò una rivista, Sgt. Kirk proprio per consentirgli la libertà di viaggiare e scrivere quello che sentiva e non quello che doveva. Corto Maltese è nato in “acque” libere e si sente perché lo trasmette ancora oggi, a distanza di 50 anni dalla sua prima comparsa.

acquarelloSe dovesse scegliere un pezzo, tra tutti quelli esposti, quale sarebbe e perché?

Ce ne sono tanti, ma uno in particolare mi lega a Hugo Pratt e al mondo di Corto che amo di più, è un piccolo acquarello che s’intitola “Pacifico”, c’è una vela polinesiana al centro di un oceano verde e azzurro, il riflesso della vela si scioglie nell’acqua, io mi perdo volentieri in quel mondo liquido, sento parole, musica ascoltata, sequenze di film. Mi avventuro senza meta in uno dei viaggi che preferisco, quelli fatti di visioni e utopie. E mi sento leggero, rigenerato, libero d’inventare qualcosa con Corto, oltre Corto. Poi ci sono tutti gli storyboard acquarellati per il libro Avevo un appuntamento, non sono disegni, sono sogni e quel libro è il massimo vertice d’incontro fra letteratura e disegno, poi là dentro c’è una lunga storia che va oltre le parole scritte.

Cosa emerge di Corto Maltese e di Pratt che forse i più non conoscono, grazie a questa mostra?

Questa mostra è fatta con passione e solo in questo modo si riesce a raccontare l’anima principale di questo grande artista. Pratt è stato un grande acquarellista, ha disegnato tavole a fumetti che hanno segnato un’epoca e raccontato storie che lo inseriscono autorevolmente fra i grandi narratori della letteratura d’avventura, fra Stevenson e Conrad, Melville, London e Salgari, ma la cosa che in questa mostra ho percepito in maniera fisica e spirituale è la sua immensa passione per il “racconto”. Quando suo padre prima di scomparire per sempre in un campo di prigionia in Africa gli diede un libro, L’isola del tesoro di Stevenson e gli disse che anche lui un giorno avrebbe trovato quell’isola, intuì il vero potere di un figlio molto diverso da lui. Hugo Pratt è stato un “Tusitala”, un “raccontatore di storie”, esattamente come la popolazione di Apia definiva il grande Robert Louis Stevenson, l’uomo che riuniva tutto il villaggio intorno al fuoco e iniziava a raccontare l’incanto. In questa mostra si sente l’incanto e quello non s’inventa, arriva da solo, cala dolcemente come neve quando si rispettano certi delicati equilibri e ammanta tutto di una luce diversa.

La mostra è organizzata da CMS.Cultura e Genus Bononiae, con la curatela di Patrizia Zanotti e la collaborazione di Cong – Hugo Pratt Art Properties.

L’esposizione è aperta fino al 19 marzo 2017. Per informazioni: http://www.mostrapratt.it/