Cosa significa (in pratica) il decreto dignità

Dopo l’entrata in vigore, il 14 luglio scorso, del decreto lavoro (dl 87/2018) e delle correzioni introdotte dalla legge di conversione (legge 96/2018), che ha previsto un periodo transitorio per i rapporti in corso, dal primo novembre è legge il cosiddetto decreto dignità.

A cura di Emiliano Galati, segretario FeLSA CISL Veneto

NELLA SOSTANZA LE NUOVE REGOLE prevedono che la durata massima del primo contratto a termine senza causale sia massimo di 12 mesi. Superati questi, il datore di lavoro deve precisare che la prosecuzione del rapporto professionale avviene a tempo determinato per esigenze temporanee ed oggettive, estranee all’attività ordinaria (come ad esempio una produzione nuova mai sperimentata prima) o per sostituire altri lavoratori oppure per esigenze legate ad incrementi temporanei, significativi e non programmabili dell’attività ordinaria (ad esempio la necessità di vendere tutto lo stock di merce in magazzino). La causale è sempre obbligatoria quando si supera il periodo dei 12 mesi anche se ciò avviene a seguito di una proroga di un contratto inferiore ai 12 mesi.

INOLTRE LA DURATA MASSIMA dei rapporti di lavoro a termine tra la stessa azienda e lo stesso lavoratore è di due anni, salvo deroghe diverse previste dal contratto collettivo nazionale applicato dall’azienda. Complessivamente le proroghe possono essere quattro nell’arco dei due anni (sei nel caso di rapporti di lavoro somministrati). Dal conteggio del decreto dignità restano esclusi i contratti stagionali. Altra novità introdotta dalla legge sono i costi aggiuntivi per ogni rinnovo contrattuale. È previsto un costo maggiorato dello 0.5% per ogni rinnovo. La legge stabilisce il nuovo limite del 50% di lavoratori flessibili dentro lo stesso luogo di lavoro (massimo 30% tra lavoratori somministrati e a termine, massimo di 20% per lavoratori staff leasing, in sostanza assunti a tempo indeterminato dalle agenzie per il lavoro).